IL CULTO DELL’ACQUA NELLA PREISTORIA VERONESE

Massimo Saracino

 

 

 

Tra i molteplici aspetti caratterizzanti le società preistoriche, sicuramente quelli relativi alla sfera religiosa sono stati indagati dalla ricerca archeologica con difficoltà ed in maniera specifica solo a partire dagli anni ‘80. In realtà già in precedenza vi furono ricercatori che si occuparono di credenze religiose con approcci non in grado di definire a pieno il significato dei cosiddetti oggetti rituali o cultuali, definizioni frequentemente “abusate” in passato per definire tutti quegli artefatti di cui si ignorava o non si comprendeva la funzione e l’importanza.

Fu quindi verso la metà degli anni ’80 che Colin Renfrew (1985), nel tentativo di sviluppare un proprio approccio metodologico processuale, coniò il termine di archeologia cognitiva ossia lo studio, in base agli indicatori materiali, dei modi del pensiero e delle strutture simboliche impiegati in antichità. Oggigiorno fortemente avvertita è la necessità di sviluppare appropriate metodologie che consentano di portare nuova luce su alcuni fondamentali concetti, quali religione, simbolismo e ritualismo.

Nella difficoltà di distinguere le azioni cultuali da altre azioni quotidiane e di conseguenza nell’interpretare gli indicatori archeologici a noi giunti, “è importante non perdere di vista l’oggetto trascendente o soprannaturale dell’attività di culto…Nel rituale vi sono generalmente almeno quattro componenti principali: concentrazione dell’attenzione [..], zona di confine tra il mondo terreno e l’Aldilà [..], presenza della divinità [..], partecipazione e offerte [..]” (Renfrew, Bahn 1995, pp. 365-366).

Per quanto concerne il nostro caso specifico e cioè il culto dell’acqua, è bene tenere a mente che tale elemento naturale è presente in gran parte delle antiche cosmogonie quale fonte di vita. È il caso ad esempio della dottrina cosmogonica greca, in cui l’acqua viene individuata come l’elemento primigenio dell’universo (si veda Omero, Esiodo, Platone, Talete). Ma non solo. L’acqua è simbolo di fertilità, di purezza, elemento salvifico e curativo, ma al tempo stesso è anche elemento di rovina e perdizione (Teti 2003).

Da questa ricchezza di simbologie ed allegorie probabilmente si è formato un mondo fantasioso abitato di esseri divini, miti, mitologie e luoghi sacri che di volta in volta personificano gli aspetti specifici di questo elemento e la sua centralità nella vita dell’uomo. Per gli antichi Egizi vi erano ad esempio Sobek (dio coccodrillo del Fayum connesso alle acque ed alla fertilità), Hapi (divinità rappresentante lo spirito e l’essenza dinamica del fiume Nilo), per i greci il più antico dio dell’acqua è Oceano (figlio di Gea e di Urano) anche se il meglio noto resta Poseidone (figlio di Crono e fratello di Zeus e Ade) con il corrispettivo Nettuno nella mitologia romana, tutte divinità cui erano dedicati templi, luoghi di culto e città.

Lungi dal voler affrontare in così poco spazio un argomento così complesso, oltre a riportare qui di seguito alcune considerazioni in merito a tale problematica, saranno altresì presi in esame le più importanti scoperte del territorio veronese.

Per la pre- e protostoria italiana il culto dell’acqua riguarda essenzialmente le acque sotterranee (sorgive e/o in grotta), terrestri (laghi, fiumi, paludi) e salutari (fonti termali). Le più antiche attestazioni si hanno a partire dal Neolitico (VII millennio a.C.), considerato da molti un periodo di rigenerazione connesso principalmente all’introduzione dell’agricoltura, dell’allevamento del bestiame e della stanzialità insediativa. In questo periodo sono le grotte ad essere prescelte quale luogo di deposizioni di offerte (spesso vasi con cibo) destinate alle divinità ctonie, anche quest’ultime legate alla sfera della fertilità e della fecondità. Si tratta però di forme cultuali diffuse soprattutto in ambito appenninico e che spesso mostrano una continuità cultuale anche nelle epoche successive con il culto, ad esempio, di San Michele Arcangelo (l’angelo caritatevole che muovendo le acque della piscina probatica a Gerusalemme, le rendeva capaci di restituire la salute agli infermi).

Nell’Italia settentrionale vi sono poche attestazioni di simili pratiche e nel territorio veronese, tra i meglio conosciuti, vi è il Covolo di Camposilvano a circa 1200 metri di altitudine. Si tratta di un’ampia cavità carsica (profondità massima circa 60 metri) indagata a partire dagli anni ’30. Nella zona più interna, dove si vengono a raccogliere le acque di stillicidio, sono state individuate materiali archeologici (soprattutto frammenti ceramici, ossa combuste, manufatti metallici ed una moneta) pertinenti a tre periodi principali: età del Bronzo medio-recente, tarda età del Ferro, età romana (Salzani 1998a). Oltre a questi reperti sono emerse anche alcuni livelli carboniosi, interpretati come resti di focolari rituali. Sulla base di tali indicazioni e sulle osservazioni tipologiche sul materiale fittile, Luciano Salzani (1998a) ha ipotizzato che possa trattarsi di un luogo di culto frequentato da gruppi transumanti provenienti dalla pianura con il loro bagaglio culturale.

Più numerose invece le testimonianze relative alle deposizioni cultuali di manufatti enei (in primo luogo spade) nelle acque, soprattutto a partire dall’età del Bronzo medio e recente (XVIII – XII sec. a.C.): periodo contrassegnato da un mutamento della mentalità religiosa, dal sopravvento di concezioni religiose innovative e dalla deposizione di offerte votive caratterizzate dalla devozione, dal dedicare e dal consacrare (Peroni 1994).

La spada rappresenta durante il Bronzo medio un vero status symbol di ruolo e di rango fra e all’interno delle comunità tribali. Caso emblematico è la necropoli di Olmo di Nogara, dove tra le oltre 500 tombe, vi sono circa 40 deposizioni corredate da spade, pertinenti ai probabili membri dell’elité guerriera locale (Salzani 1997). Numerose spade vengono anche ritrovate nei letti dei fiumi, nei laghi e nelle paludi di tutta Europa, segno tangibile di un’azione intenzionale e non casuale, risultato finale di qualche forma di culto e/o di rituale funerario.

Nel territorio veronese i più importanti rinvenimenti di manufatti metallici interpretabili come offerte votive provengono spesso da contesti non sempre ben precisati ed hanno riguardato spade, come ad esempio quella tipo Arco proveniente dalle ghiaie del fiume Adige nei pressi di Porto S. Pancrazio databile al Bronzo recente (XIII sec. a.C) e quella tipo Allerona da Gazzo Veronese riferibile al Bronzo finale (XII sec. a.C.), coltelli come quello tipo Matrei proveniente da un laghetto-torbiera a nord di Pastrengo, quelli tipo Vadena dal sito intorbato di Bernardine di Coriano e da Corte Vivaro, tutti attribuibili al Bronzo finale (XII-XI sec. a.C.) ed infine l’ascia ad alette estese tipo Silea rinvenuta infissa tra i massi dell’alveo dell’Adige nei pressi di Volargne-Dolcè, anch’essa ascritta al Bronzo finale (Aspes 1980, 1987; Salzani 2002).

Per comprendere il significato di questa ritualità, ci vengono in soccorso in parte le fonti classiche ed in parte le leggende di epoca medievale. Nel primo caso, insigni autori come Cesare, Strabone, Plinio e Tacito descrivono, in alcune delle loro fondamentali opere, le pratiche rituali comuni tra le popolazioni celtiche, galliche e germaniche e spesso fanno riferimento all’esistenza di boschi e laghi sacri ove la gente veniva condotta per avere un contatto con gli elementi naturali come il vento e l’acqua.

Nel secondo caso, sebbene miti e leggende non servano a fare storia ma spesso riportano le tradizioni, bisogna evocare la saga di re Artù ed in particolare l’episodio in cui Artù, ferito a morte durante la battaglia nei pressi di Slaughterbridge dal figliastro Mordred, incaricò Sir Bedivere (o Girflet) a gettare la mitica Excalibur in un lago vicino, dove risiedeva la Dama del Lago, colei cioè che aveva in principio offerto la spada al leggendario re.

Sulla base anche di questi dati, alcuni ricercatori hanno imputato tale cerimoniale ai cambiamenti intervenuti nella sfera religiosa e/o sociale. La divinità è sempre più sentita come entità irreale e divisa dal mondo terreno, mentre i beni offerti rappresentano qualcosa di astratto da sacrificare o qualcosa che occorre affrancare con la distruzione o con altri procedimenti di defunzionalizzazione dalla loro fisicità (Peroni 1994; 1996). Secondo altri, invece, l’offerta votiva funge da temporaneo “livellatore” sociale, in grado di eliminare tutte quelle disparità socio-economiche presenti nelle piccole comunità tribali del periodo (Guidi 2002).

Molto più complesse infine le ricostruzioni di due importanti rinvenimenti avvenuti nel Basso veronese a Pila del Brancòn, Nogara e a Corte Lazise di Villabartolomea. 

Per quanto riguarda il deposito di Pila del Brancòn, nel comune di Nogara, nel corso di più ricognizioni di superficie e di alcuni interventi di scavo, sono emersi, oltre a pochi frammenti ceramici, 51 cuspidi di lancia con immanicatura a cannone, 12 spade, 2 pugnali, 1 frammento pertinente ad un’ascia e 73 lamine interpretate come pertinenti a vari elementi dell’armamento difensivo, quali elmo, corazza, gorgiera (parte della corazza con funzioni di protezione della gola), schiniere o bracciale e chiodi della corrazza, nonché relativi ad una situla di tipo Kurd (Salzani 1994a, 1998b; Jankovits 1998-1999). La quasi totalità degli oggetti è ancora tagliente ed è stata sottoposta a più azioni di defunzionalizzazione; sono stati infatti piegati e/o spezzati e poi deformati in seguito ad esposizione al calore del fuoco. Il materiale è riferibile alle fasi iniziali del Bronzo finale (XII sec. a.C.). Sulla base di tali dati, le spiegazioni più plausibili sono che si tratti di un deposito votivo riservato al culto delle acque oppure il frutto di un saccheggio o bottino di guerra oppure, facendo riferimento al racconto del funerale di Patroclo nell’Iliade, si ipotizza che possa trattarsi dei resti materiali del funerale di una persona talmente autorevole ed importante da sacrificare molti elementi dell’armamento offensivo e difensivo di più guerrieri (Jankovits 1998-1999).

Nel caso di Corte Lazise, sono stati invece rinvenuti in un paleoalveo del fiume Adige a partire dal 1920 ben 5 spade (di cui una andata perduta) del tipo Terontola con immanicatura a sezione quadrangolare, una cuspide di lancia a cannone, un coltello a lingua da presa tipo Baierdorf, alcuni frammenti di rasoi (tra cui una parte terminale con protome di volatile), un frammento di spillone privo di capocchia e frammenti vari (Salzani 1994b). Dal punto di vista cronologico Corte Lazise viene attribuito alle fasi finali del Bronzo recente – inizi Bronzo finale (XIII – seconda metà del XII sec. a.C.), mentre dal punto di vista topografico viene a collocarsi a 5 km da alcuni importanti centri in parte coevi come Lovara di Villabartolomea, Fabbrica dei Soci e Fondo Paviani, rappresentando quindi una sorta di centro cultuale del territorio (De Guio 2000).

Concludendo con l’età del Ferro (IX – III/II sec. a.C.), in concomitanza alla nascita dei primi centri urbani dei Veneti antichi, ad una rarefazione delle offerte negli specchi d’acqua corrisponde l’affermazione di santuari urbani e territoriali, in alcuni casi legati al culto delle acque salutifere (come a San Pietro di Montagnon, in provincia di Padova e a Lagole di Calalzo, in provincia di Belluno). Nel nostro territorio, sebbene non vi siano centri delle dimensioni e dell’importanza di Este e Padova, revisioni di vecchie segnalazioni e i dati emersi in ricerche recenti, hanno messo particolarmente in rilievo la rilevanza di due centri della bassa e media pianura veronese: Gazzo e Oppeano Veronese (Salzani 2002; Guidi, Ponchia 2004; Guidi et alii in corso di stampa). Proprio da quest’ultimo sito proviene uno dei più interessanti reperti scoperto tra il 1876 ed il 1878: l’elmo di Oppeano. Si tratta di un copricapo in bronzo integro rinvenuto isolato ad 1 metro di profondità in uno strato di ghiaie e sabbie di un antico alveo atesino in località Isolo o Montara; presenta una forma conica ed una decorazione principale formata da 5 cavalli ed un essere semiumano (interpretato come centauro) all’interno di due fasce geometriche. Le forti affinità formali con un altro elmo rinvenuto a Cremona, nel fiume Adda, ha permesso di attribuirlo al V sec. a.C. e considerarlo un prodotto sostanzialmente estraneo per produzione all’ambiente veneto e più vicino invece all’area alpina centrale (De Marinis 1998).

 

 

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