ILLUSTRAZIONE ALL'ESPOSIZIONE DEI CODICI DELLA BIBLIOTECA CAPITOLARE RIGUARDANTI I PADRI DELLA CHIESA

dott. Claudia Adami

 

 

 

Gli organizzatori del convegno Il latino lingua della Chiesa scegliendo la Biblioteca Capitolare come sede dell’incontro, espressero il desiderio che “La regina delle collezioni ecclesiastiche”, così il Lowe definì questa nostra antica istituzione, offrisse ai partecipanti della giornata di studio una esposizione di alcuni dei suoi preziosi codici, che contengono le opere di quegli autori latini intorno ai quali gli illustri relatori avrebbero svolto i loro interventi.

La Biblioteca Capitolare di Verona ha un’origine antichissima. All’ inizio del VI secolo, quando la città sotto Teodorico viveva un felice periodo testimoniato dalla costruzione delle terme e del palazzo, dal rifacimento dell’acquedotto e delle mura, nei pressi della cattedrale vi era attivo uno scrittoio, cioè un luogo di produzione di libri.

La notizia ci viene tramandata dal codice XXXVIII(36): Sulpicii Severi Vita beati Martini, che abbiamo esposto all’inizio della rassegna. Il manoscritto è noto ai cultori delle scritture antiche perché unico, tra i codici sopravissuti alle vicende dei tempi, ad essere datato e localizzato con sicurezza: Verona, 1 agosto 517, come si evince dalla preziosa sottoscrizione dell’amanuense Ursicino.

Lo scrittoio dipendeva dal Capitolo dei canonici della cattedrale, in un primo tempo chiamato schola sacerdotum, che, avendo in particolare il compito di preparare i chierici, doveva provvedere alla disponibilità dei testi liturgici, patristici e biblici. La sua attività calligrafica continuò, attraverso alterne vicessitudini, fino all’avvento della stampa. I codici più vetusti dunque risalgono a più di 15 secoli fa.

Purtroppo l’ esiguità dell’area espositiva non ci poteva permettere di mostrare tutto il patrimonio librario; si è deciso quindi di privilegiare quei manoscritti, forse meno belli, perché privi di lussureggianti miniature frequenti nei testi tardomedioevali, ma più antichi e certamente più interessanti per i partecipanti a questo convegno.

La priorità è stata data al prezioso Evangeliario purpureo [ cod. VI (69)] scritto con eleganti caratteri onciali in oro e argento su pergamena sottilissima di color porpora

Il manoscritto, considerato il più antico esemplare dopo il vercellese, riporta la versione vetus latina dei vangeli di Matteo, Giovanni, Luca e Marco

Da sempre fu considerato un libro particolarmente importante tanto da essere portato in processione nel venerdì santo, sorretto da un sacerdote accompagnato da due chierici con ceri accesi. Anche San Bernardino lo vide durante le sue predicazioni e ne rimase talmente colpito dalla sua bellezza che finì col descriverlo nella predica del giovedì santo sopra i misteri del nome di Gesù.

Segue poi il Sacramentario veronese [Cod. LXXXV (80)] del secolo VI, ben noto ai liturgisti, che contiene quasi trecento formulari di messe disposti secondo l’ordine dell’anno liturgico da aprile a dicembre. I testi riportati  sono certamente romani dal momento che rispecchiano alcune situazioni contingenti della città di Roma. Negli atti del concilio Vaticano II questo codice, ritenuto ancora oggi attuale, venne citato più volte e, in particolare, all’inizio della costituzione sulla liturgia vennero trascritti alcuni brani della carta 132.

Nella vetrina successiva vi è l’opera di sant’Agostino De civitate Dei [Cod: XXVIII(26)], considerato l’esemplare più antico della sua opera filosofica, dove tratta della città di Dio destinata a trionfare sulla città dell’uomo. Il manoscritto, in scrittura onciale su pergamena sottile e chiara, viene attribuito alla prima metà del V secolo e quindi può essere ritenuto quasi coevo al santo che, come sappiamo, morì nel 430. Le opere del vescovo di Ippona ebbero notevole fortuna lungo i secoli; ancora oggi nella nostra biblioteca  si conservano in ben 37 manoscritti che si collocano tra il VI e il XVI secolo.

 

Ma torniamo per un attimo alla storia di Verona per ricordare che gli ostrogoti con Teodorico la dominarono. Una testimonianza del loro passaggio è offerta dal cod.  LI --(49) di san Massimino Espositio in Evangelia, Tractatus, Sermones in scrittura onciale su pergamena giallastra del secolo V. Si tratta di una raccolta di testi biblici, patristici, brani evangelici accompagnati da sermoni tratti da numerosi scrittori ecclesiastici. Gli studiosi hanno mostrato un particolare interesse per le note marginali che, benché abrase, emergono alla luce delle lampade a raggi ultravioletti. Esse, in caratteri dell’alfabeto degli ostrogoti, contengono espressioni teologiche tipiche della religione ariana che essi seguivano. Il manoscritto dunque era in uso presso questo popolo. Poi, in epoca successiva, le postille vennero studiate e, risultando contrarie alla nostra religione e di conseguenza giudicate eretiche, vennero cancellate.

Di sant’Ilario troviamo esposto il cod XIII (11) Tractatus super psalmos per la cui stesura lo scrivano usò la grafia tipica del testo cristiano nel V-VI sec. su raffinate e sottili pergamene. Il manoscritto alla c. 376r mostra un originale colofone formato da un grande cerchio sormontato dal crismon e dalle lettere greche alfa e omega, con al centro il disegno di una coppa e la sottoscrizione: Scribtori vita, legenti doctrina, cioè un augurio: allo scrittore vita, al lettore istruzione. Anche l’altra famosa opera di questo santo il De Trinitate è custodita nella nostra Capitolare in due codici l’uno il cod. XIV del VI sec., l’altro il CCCXXV del XVI secolo.

Procedendo nel percorso della rassegna si può ammirare il lavoro di Cassiodoro Complexiones in epistulas canonicas, Actus, Apocalypsin.[cod. XXXIX(37)] Composta intorno al 580 per il cenobio di Vivarium, l’opera si propone come riassunto degli scritti del nuovo testamento con l’eccezione dei vangeli secondo la versione Vetus latina. La storia di questo manoscritto è legata al nome di Scipione Maffei che nel 1712 fu promotore del fortunoso ritrovamento dei codici scomparsi che egli stesso narrò nella Prefazione all’edizione delle Complexiones del 1721.

Di san Gerolamo, uno dei padri della chiesa più presente nella nostra biblioteca,- con 32 manoscritti dal VI al XV secolo- , abbiamo esposto il cod XVI(14) Epistulae, Adversus Helvidium del IX secolo. Si tratta di un testo in grande formato che dà un’idea delle capacità tecniche e dell’ottimo livello grafico raggiunto dallo scrittoio veronese nel IX secolo sotto l’impulso dell’arcidiacono Pacifico. E’ opera di più copisti i quali con una scrittura minuscola carolina hanno trascritto un’ampia sezione dell’epistolario geroliminiano. Questo codice fu usato dal Vallarsi per la sua edizione settecentesca dell’opera del santo. Vi è nel testo una elegante ma sobria decorazione con elementi geometrici e fitomorfi che orna i titoli e le iniziali di ogni testo.

A fianco possiamo ammirare gli Excerpta varia di papa Gregorio Magno che fu uno degli autori i cui scritti ebbero, in ogni tempo, numerosi estratti e compendi. Il codice [ XIV(43), che risale al IX-X sec., offre una elegante scrittura carolina con iniziali decorate in giallo, rosso e verde. In esso sono contenuti un estratto del Liber pastoralis, particolarmente apprezzato nel medioevo perché proposto ai sacerdoti come codice di vita, sei lettere indirizzate a personaggi del tempo come a Recaredo re dei Visigoti, un’antologia dell’opera Moralia in Job e alcune omelie pronunciate dal papa durante l’assedio dei longobardi.

Non poteva mancare in questa esposizione il Sacramentarium sancti Wolfgangi [ cod. LXXXVII (82)] della fine del X secolo, che è uno splendido libro liturgico giunto a Verona d’Oltralpe e che ci testimonia come i rapporti con le chiese di altri paesi fossero frequenti. Esso fu esemplato probabilmente nel monastero di Sant’Emmerano in Ratisbona dove sotto l’opera riformatrice del vescovo Wolfgango era cresciuta una vivace scuola letteraria ed artistica. Le carte aperte mostrano il lussureggiante formulario per la festa di san Zeno.Questi fogli furono aggiunti in un secondo momento secondo alcuni studiosi, dal vescovo Otberto stesso a Ratisbona quando egli decise di inviarlo come dono alla chiesa veronese.

Conclude la rassegna il libro che contiene tutti i testi pertinenti alla celebrazione della messa e quindi non solo le tre orazioni, i prefazi e il canone ad uso del celebrante ma anche i pezzi in canto di competenza della Schola, nonché le pericopi delle Epistole e dei vangeli per tutte le Messe dell’anno. Si tratta di un Missale cum notis musicis [ cod. CV(98)] della fine XI secolo, splendido volume che servì all’uso della chiesa veronese e che fu apprezzato anche da Scipione Maffei per l’abbondante ecologia, le numerose letture bibliche e soprattutto per la precisa notazione musicale sempre in campo aperto: neuni nonantolani nella prima parte, neumi dell’Italia settentrionale, aggiunti più tardi, nella seconda. Molto curate sono le iniziali capitali e onciali quasi tutte eseguite in rosso decorate talvolta con elementi floreali e fitomorfi

Il messale plenario si apre con un calendario  in cui appaiono numerose feste della liturgia veronese come la traslazione di san Zeno, la dedicazione della cattedrale, i santi Fermo e Rustico. Alcune annotazioni interne fanno pensare che il massale fosse in uso, almeno per un certo tempo, nella chiesa di San Giovanni in Valle, uno dei luoghi di culto soggetti al Capitolo della Cattedrale.

 

 

 

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