|
|
|
|
Centrum Latinitatis Europae Associazione italiana di Cultura Classica (delegazioni di Verona)
Seminario 26 ottobre 2006 Ore 17-19 Poesia della parola Poesia dell’immagine
INTRODUZIONE DI ANGIOLINA MARTUCCI LANZA La cultura e la
bellezza sono gli unici strumenti capaci di salvarci dal degrado e
dalla violenza che ci soffocano. Le due associazioni che io
rappresento hanno per statuto l’ identico
fine di salvaguardare, in ogni forma la classicità, e quindi
aprono i lavori di quest’anno in nome della classicità e della
bellezza. Angiolina Martucci Lanza
|
|
|
|
|
|
INTERVENTO DI ANNA PACIFICO
Il ‘dramatic monologue’
Nella mia ultima raccolta poetica dal titolo Di Eva in Eva ho inteso celebrare quel che resta delle donne della storia, tra quelle che per prime ho amato. Ogni voce narrante produce, misteriosamente per me, un suo personale linguaggio e un suo stile, con il risultato che la silloge è risultata tematicamente omogenea e allo stesso tempo varia. Ho riflettuto solo in seguito sull’uso prevalente, in questo lavoro, del dramatic monologue, molto praticato nel mondo anglosassone, inaugurato da Robert Browning (1781-1866). Tutte le poesie sono presentazioni di personae, dotate di una propria individualità, di un proprio carattere, che agiscono in un mondo parallelo e questa forma poetica consente, meglio di altre, di dare una voce distintiva e forte alla ‘persona’ creata dal poeta, il cui carattere è rivelato involontariamente grazie al suo collocarsi in una situazione drammatica. La persona rivive il suo antico dramma, rivive il dolore, le gioie, sintetizza quanto ha vissuto riscoprendo il prorpio agire con obiettività, con saggio distacco, grazie alla lente distanziatrice del tempo. Talvolta durante il monologo si rivolge all’ascoltatore chiedendogli di interagire, talvolta si esibisce in duetto con l’autore. Comunque, soggetto e parola si costruiscono assieme. La parola poetica vitalizza il soggetto e il soggetto per essa acquisisce coscienza d’essere, dunque libertà piena, che non ha nulla a che vedere con quella terrena. La parola poetica è sì lingua di ‘resurrezione’ dal momento che consente di surgere a nuova vita in piena libertà, demolita la barriera della materialità. L’immagine di Clodia resa nei versi, verrebbe da dire ‘risuscitata’ dai versi, è quella di una giovane donna della classicità romana (dalla tarda repubblica all’età augustea), contesa tra il sistema etico tradizionale dei mores e della probitas e i nuovi valori del cultus. Nell’inebriante gioco di finzioni, di inganni, di schermaglie galanti, Clodia si dà l’immagine che più le è confacente. Ed è l’operazione stessa a sedurre, al di là del risultato. Clodia rende artistica la propria esistenza, al pari del poeta, prestandosi ad essere la sua donna-schermo, la sua illusione, il suo sogno: l’immagine finalizzata a catturare sguardi e ammirazione e a sedurre con il fascino dell’ambiguità (quo non ars penetrat?, dirà Ovidio, il poeta dell’arte di amare), Quella fanciulla realizza qua, nei versi e grazie ad essi, il suo destino… un sogno di parità, nella sua paritaria partecipazione al gioco di schermaglie amorose, realizzando quella reale emancipazione dal modello tradizionale della matrona, figura del tutto” artificiale”, sagoma culturale storicamente “costruita” da una società maschile altamente repressiva nei confronti della donna. Si tratta di un non ben delineato progetto di partecipazione all’humanitas, più che di parità ‘filosofica’ fra i sessi alla Musonio Rufo o ‘paternalistica’ alla Plutarco. “Con Clodia non è possibile che un rapporto conflittuale, l’amante se ne rende conto, ma non è in grado di sostenerlo e di rovesciarlo: un amore impari e l’immaturità di Catullo ne uscirà sconfitta” (Mario Ramous) In luogo della matrona, Clodia vuole piuttosto esprimere la femina che è in lei, aspirando allo stato della puera libera, cui la moderna cultus offre alibi di modernità mitigandola con una mundities senza eccessi e senza falsità. Ella desidera che questo sia senza essere additata come sgualdrina, ella crede possibile costruire un altro amore sulla base di un nuovo legame, fondato su nuove regole di vita. L’amore di un poeta le pare un’opportunità di rivalsa. Catullo, poeta irriverente e sprezzante nei confronti dei potagonisti della scena politica e sociale del tempo, sembra condividere, ma poi si attesta sull’immagine idealizzata dell’amata e sui consueti usi sessuali, da qui l’inaridimento della gioia di vivere del poeta, la sua delusione, il conflitto interiore. Egli chiede aiuto agli dei (c.76) “Non chiedo più che lei ricambi il mio amore, né l’impossibile, che mi rimanga fedele: ipse valere opto…voglio solo guarire…” Ma Clodia forse non sa nemmeno di essere quella Lesbia, forse perché lei è altra donna: è colei che si lascia tradurre dai versi, rivolta all’affermarsi del cultum, sotto il cui segno viene ricondotta l’invenzione delle arti…e, dunque, ella inventa, come il suo amante, il lessico del suo amore. Perché il poeta possa amarla ella comprende che deve ingannare il suo vir, il vir che è nel poeta. L’alto valore della fedeltà coniugale, la fides, non appartiene agli amanti…fuor dal talamo. E’ necessario, pertanto, ripostulare il patto su nuove basi. Qusta giovane donna, alla fine. né nobile, né plebea, né domina, né mater familias, né meretrix, è donna al di fuori degli stereotipi della tradizione romana, è, dunque, prorpio come la voleva il suo Catullo, incarnazione della devastante potenza dell’eros (c.86 e 107!) Clodia, come tutte le donne alle quali ho prestato la mia voce poetica, non si racconta sic et simpliciter, ma sussurra (dall’Ade) la sua presenza assente, la sua coscienza d’essere, un’energia direi che ‘parla’ e si manifesta con volto di verità in assenza di corporeità.
Così Rilke per Euridice: Ormai non era più la donna bionda che talvolta echeggiava nei canti del poeta, isola e profumo nell’ampio giaciglio, non più possesso di quell’uomo. Come lunga chioma era già sciolta come pioggia che cade era diffusa come un bene, in mille era divisa. Ormai era radice.
Saffo è una delle figure apparentemente fuori dallo schema del monologo. Forse perchè è tale la mia ammirazione per lei da desiderare di elevata a divinità, al pari di Afrodite. Di fatto, per contaminazione (caratteristica dell’inno cletico), le attribuisco il sorriso della dea cui ella era devota, Afrodite. Ma ho detto apparentemente perché il monologo drammatico è anche voce esclusiva del poeta sintonizzata sulla stessa onda sonora del/della protagonista. Anche qui Saffo perpetua il suo destino, e lo perpetua in quel ìsos tèoisin, come dea della poesia. Ella ha ormai raggiunto la felicità tanto invocata, il sereno godimento dell’Eros, nel suo fondersi ormai con la natura, che è prima ispiratrice di tutti i poeti. L’immagine di Cornelia è statuaria, in luogo di quella statua che pare fosse stata eretta in suo onore nel portico di Ottavia a Roma di cui dà notizia Plinio nella Storia naturale,( riconoscimento raro per una donna), documentato da un basamento con la scritta Cornelia Africanif./ Gracchorum – opus Tisicratis databile forse al III sec. d. C.. Proprio il fatto che il tempo avrebbe disperso anche l’ultima testimonianza del viso, delle fattezze, dei lineamenti di questa donna, di cui non si hanno fonti, mi ha forse indotto a richiamarla in vita perché possa perpetuare il ruolo di custode del nome degli Scipioni e dei Gracchi, a testimonianza del fatto che anche le donne pertpetuano il nome. Ho voluto tratteggiarla nella pienezza della materna auctoritas, essenza del suo vivere. Se, dunque, quello di queste donne è canto di libertà di conquista di ‘un modo di essere’, mi piace pensare che esse, grazie ai versi, perpetuano il loro destino, riconfermando e tramandando alla posterità la loro fede proprio nella libertà, “forma delle forme dell’umano”, che in Saffo è apertura all’immenso, in Cornelia è fedeltà di madre, in Clodia è tenera condiscendenza con l’amato, in Eva, la prima donna, direi che è Dio, “artista originario del mondo”, a compiere la sua seconda Creazione (V. occhiello di apertura a Di Eva in Eva) Anna Pacifico
|
|
|
|
|
| INTERVENTO DI BEPPE DOMENICHINI Dopo la poesia della parola, millennaria e sempre potentissima nell'evocare emozioni, esploriamo le potenzialità di un linguaggio multimediale, basato cioè sull'utilizzo contemporaneo di immagini fisse o in movimento, di suoni e musiche, di parole viste sia come segno grafico che come eterno strumento comunicazionale. La multimedialità notoriamente non è una novità del ventesimo secolo, ma affonda le radici nel teatro antico, in quanto linguaggio composito che si avvale di diversi media. La grande innovazione che si è prepotentemente affermata nel secolo scorso è il cinema, che è in realtà una nuova versione del teatro dotata della possibilità di riprodurre indefinitamente l'evento-spettacolo grazie alla sua memorizzazione sulla pellicola; questa possibilità ne ha fatto lo strumento di comunicazione e il linguaggio artistico più efficace del secolo; il suo sviluppo non è ancora terminato, ma le sue potenzialità espressive sono state esplorate abbastanza a fondo da permettere la nascita di una "accademia" e di un meccanismo produttivo che ne hanno anche resa meno fluida la sperimentazione e la capacità innovativa. Va anche tenuto presente che la realizzazione di un'opera cinematografica è inevitabilmente una attività di gruppo, con costi elevatissimi e con il concorso di numerose e complesse professionalità diverse, pertanto non adatta alla espressività individuale desiderata dall'artista singolo. Ecco quindi nascere la catalogazione da parte dei critici del cosiddetto "cinema d'artista" in opposizione al cinema "di industria" o "di intrattenimento", considerato a torto meno "artistico", catalogazione ovviamente inaccettabile da qualsiasi cinefilo che non riconosce alcuna inferiorità di Fellini o J. Ford nei confronti di Caravaggio o Beethoven. Il salto di qualità è venuto nella seconda metà del secolo con la ricerca sulle possibilità del video in quanto capace di offrire un diverso linguaggio, più agile rispetto al cinema e soprattutto meno costoso. Fin dagli anni '60 si sono viste sperimentazioni molto interessanti in questa direzione, nonostante che per qualche decennio siano state pesantemente vincolate dai limiti della tecnologia, che pure talvolta fungevano da potenti stimoli. La soluzione di queste difficoltà è arrivata negli anni '80 e '90 con l'informatica e la possibilità di effettuare a basso costo riprese video digitali di qualità adeguata per i successivi trattamenti di editing. Con la fine del secolo si è quindi avuta la netta percezione della disponibilità di un mezzo espressivo dotato della potenza multimediale del cinema, ma accessibile grazie ai bassi costi e realizzabile anche da parte del singolo artista che non abbia a disposizione una troupe di specialisti; con il mezzo è nato il linguaggio, ben lungi questo dall'avere messo a punto grammatica e sintassi, ma già dotato di un lessico vastissimo, ereditato in parti diverse dalla fotografia, dal cinema, dalla televisione di cui condivide la tecnologia, dalla pubblicità, da tutta la cultura iconografica sedimentata nei secoli. Il fatto più interessante di questa esperienza è la vastità dell'orizzonte ancora da esplorare e la speranza che i giovani che crescono respirando l'atmosfera del tempo imparino a farne buon uso, mettendo a punto con completezza e ricchezza poetica il nuovo linguaggio. Ne presento ora cinque esempi di mia produzione; sono frutto di una ricerca molto rudimentale ma a cui affido la speranza di futuri miglioramenti. - Giovinezza: una serie di fotografie volutamente mosse di un carnevale notturno, accompagnate da una musica composita ottenuta mescolando un tango sanguigno e straziante di Astor Piazzolla con un algido brano dal Clavicembalo ben temperato di Bach; il tutto commentato dalle parole immortali di Lorenzo dè Medici che evocano la giovinezza. - Rumori e suoni: guidato più dal suono che dalle immagini presenta un crescendo di sgradevolezza dei suoni che parte da soffici suoni della natura, passa attraverso i suoni dell'uomo compreso il bestiale frastuono della guerra e finisce in pochi paradisiaci secondi di silenzio; le immagini si adeguano tentando di imitare le sensazioni dei suoni. - A morte Venezia: una unica fotografia panoramica di Venezia che gira in continuazione mostrando una serie illimitata di tetti veneziani mentre scorre una scritta: a morte Venezia. Campane di San Marco, scrosci d'acqua registrati da una cascata, poche note di Benedetto Marcello. Un po' di ironia un po' di rammarico in un pensiero schiacciato dalla infinita bellezza della città. - Caro m'è il sonno: sulla scia di Michelangelo che agognava addirittura "l'esser di sasso" di fronte a un mondo che lo disgustava, qualche flash sugli aspetti più degradanti dell'umanità. - S'ì fossi foco: un commento visivo attualizzato alla sublime e diabolica invettiva di Cecco Angiolieri. Beppe Domenichini
|
|
|
|
|
torna all'indice "atti dei convegni"