a cura del Punto-CLE di Verona

 

 

 

L’invenzione di un classico: ricezione, influsso e popolarità del romanzo russo alla fine dell’Ottocento in Europa e in Italia

 

Stefano Aloe (Università di Verona)

 

Se andiamo a consultare le riviste letterarie e culturali europee della seconda metà dell’800, non molti riferimenti troviamo alla letteratura russa, che pur stava vivendo la sua fase storicamente più importante. Tali riferimenti, inoltre, sono occasionali, sporadici, recano in sé i tratti tipici di quelle informazioni che si vogliono dare ad un pubblico del tutto ignaro, l’assenza di familiarità con i nomi e gli argomenti, la frammentarietà e la casualità dei fatti riportati. Tali notizie hanno di solito il piglio lieve del racconto di un fatterello curioso. Lo stesso si può dire delle traduzioni e versioni, perlopiù francesi e perlopiù “vandaliche” nei confronti dei testi, ritagliati e ricuciti ad uso e consumo della belletristica più banale e di oziose efemeridi. La Russia era geograficamente e politicamente distante, essendo la sua lontananza, anche simbolica, dall’Europa uno degli stereotipi fondanti dell’epoca. Dal punto di vista politico, l’Impero zarista era il baluardo della Santa Alleanza, il non plus ultra della reazione. Ne derivava la convinzione diffusa che, in condizione di soffocamento delle libertà, non potesse esservi alcuno sviluppo intellettuale, e che l’arretratezza politica fosse accompagnata da arretratezza culturale. Inoltre, la letteratura russa era una delle più recenti, fino al romanticismo definita “emulativa” dai russi stessi: quale mai contributo poteva essa dare alle lettere europee? A causa di quello che, ai tempi nostri, definirebbero forse un “gap” di “image” della cultura russa, l’Europa per alcuni decenni si lascia passare davanti agli occhi, ignara, la nascita di capolavori come Le anime morte, Guerra e Pace, Delitto e castigo, Oblomov, Padri e figli, ecc. D’altro canto, invece, la familiarità dei russi con la cultura europea è assoluta e totale, cosa che accentua ancora di più l’impressione surreale di questa situazione: un po’ come se dall’appartamento del vicino ci stesse ad osservare un elefante e noi non ce ne fossimo accorti…

In questo panorama è particolarmente interessante osservare in quali forme si sia giunti in brevissimo tempo alla metamorfosi del romanzo russo in un classico mondiale, anzi, addirittura nel classico contemporaneo da cui parte il Novecento letterario. E’ cosa nota che prima di diventare acquisizione universale delle coscienze, il romanzo russo diventa improvvisamente una moda con il volume di E.M. de Vogüé Le roman russe, edito a Parigi nel 1886. La fama di Tolstoj e Dostoevskij, e in misura più ridotta di altri autori russi, trova una prima enorme risonanza grazie alla fortuna di tale libro. Questi due scrittori diventano già alla fine dell’Ottocento un modello per molti narratori, per es. in Italia per il giovane D’Annunzio, e poco importa che in questa fase la ricezione della loro poetica sia ancora piuttosto superficiale (le implicazioni filosofiche, religiose, psicanalitiche, ecc. saranno una scoperta novecentesca).[1] Va comunque detto che già prima di Vogüé singoli intellettuali europei erano arrivati per vie personali al riconoscimento della letteratura russa. In Germania, dove la slavistica ebbe modo di svilupparsi in anticipo rispetto al resto d’Europa,[2] non mancavano studi e traduzioni riguardanti i fenomeni letterari russi. Non di poco peso erano in questa direzione i libri pubblicati in tedesco nelle province baltiche e ampiamente germanofone dell’Impero zarista, per esempio a Dorpat (Riga) e Revel’ (Tallinn).[3] Ma nonostante un numero cospicuo di pubblicazioni, anche importanti, la cultura e la letteratura russa nel mondo germanico rimanevano appannaggio di pochi intellettuali ed eruditi, oggetto di studi dotti, ma nel generale disinteresse. Situazione analoga, in proporzioni più modeste, si osserva in Inghilterra e in altri paesi. Dal punto di vista della divulgazione era, ovviamente, la Francia il punto di riferimento europeo.[4] A fasi alterne in Francia si avvertono ondate di curiosità, se non di autentico interesse, per quanto avviene in Russia. In particolare, sono vivaci gli anni ‘40 e ‘50, anche su impulso delle lezioni parigine di Adam Mickiewicz che avevano reso popolare il mondo slavo e alcune sue letterature.[5] In questi anni la Francia scopre Puškin, Lermontov e Gogol’, grazie all’appassionamento di letterati come Prosper Mérimée (traduttore de L’inspecteur général)[6] e Louis Viardot, la cui amicizia con Ivan Turgenev giovò moltissimo alla causa della letteratura russa.[7] Lo stesso Turgenev, primo scrittore russo ad ottenere fama internazionale, si dedicò alla divulgazione della propria cultura in lingua francese.[8] Decisivo è anche l’apporto delle riviste letterarie, in primis della «Revue des Deux Mondes», modello imitatissimo. Eppure, anche questa attività non conduce alla scoperta della letteratura russa, che del resto avrebbe prodotto la maggior parte dei suoi capolavori fra gli anni ‘60 e ‘70, del tutto inosservata.[9]

Una calma ancora più piatta regnava in Italia, dove molteplici tentativi estemporanei di divulgazione della letteratura russa lasciarono il tempo che trovarono, senza mai catturare l’attenzione, se non quella di isolatissimi lettori.[10] In Italia l’immagine della Russia era ancora, oltre che astratta (una potenza ultrareazionaria e liberticida), assai vaga, quella di un mondo remoto e in qualche modo primitivo, o addirittura barbarico. Tuttavia, non erano mancati osservatori più attenti, come nella prima metà dell’Ottocento Tommaseo, Mazzini, Tenca. Un ruolo informativo di un certo livello fra gli anni ‘20 e ‘30 l’aveva offerto l’«Antologia» di Vieusseux, che ospitò fra l’altro scritti di Montani, Ciampi e Tommaseo riguardanti la storia e la letteratura russa.[11] Mazzini, rivoluzionario e filopolacco, prese atto che esistevano anche in Russia forze progressiste, sia nel campo politico che in quello letterario, sul quale era discretamente al corrente.[12] La fama ambigua del nichilismo rese poi evidente la spaccatura interna della società russa nella seconda metà del secolo, incrinandone l’immagine di paese monoliticamente immobile. Il primo studio approfondito italiano sulla letteratura russa risale al 1852 ed è opera di Carlo Tenca.[13] La novità principale di questo lavoro consiste nella mancanza di pregiudizi, nell’atteggiamento aperto e soprattutto nella qualità delle fonti; Tenca, che non conosceva il russo, si rifece ad uno studioso tedesco, Jordan, tra i meglio documentati del momento. Per la qualità del lavoro e per la sede in cui apparve, l’autorevole «Crepuscolo» di Milano, il saggio Della letteratura russa veniva a colmare un grosso vuoto, ma era soltanto il preludio, ancora isolato, all’avvio di un più costante e diffuso interesse per la letteratura russa in Italia, interesse che sarebbe cominciato una ventina d’anni più tardi.

 

Uno dei primi ad intravedere, almeno in parte, il significato eccezionale di quella stagione letteraria fu l’erudito italiano Angelo De Gubernatis (1840-1913), un anticipatore di buon intuito che a partire dalla metà degli anni ‘60 dedicò alla divulgazione e alla promozione della cultura russa sforzi notevoli, senza però la fortuna che toccherà vent’anni dopo al Vogüé.[14] De Gubernatis, energico redattore e creatore di riviste letterarie, si ispirava in ampia misura al modello e ai gusti francesi. Tuttavia, nella divulgazione della cultura russa egli fu in grado di muoversi in autonomia, grazie alle personali conoscenze che gli derivarono dall’aver sposato una nobildonna pietroburghese di famiglia assai intellettuale, Sof’ja Bezobrazova, cugina, tra l’altro, di Bakunin.

De Gubernatis si avvicinò alla cultura russa con autentica e fiammante passione, con ardore assunse il ruolo di divulgatore in Italia della cultura russa, e più in generale slava, e lo perseguì con caparbietà attraverso svariate iniziative: riviste, libri, conferenze, dizionari enciclopedici, convegni, ecc.[15]

All’interno della letteratura russa, De Gubernatis rimane poco sensibile alla poesia di Puškin (a cui preferisce il più romantico Lermontov[16]), e in generale non si interessa di poesia, mentre coglie lo straordinario valore della produzione romanzesca a lui contemporanea. E’ suo grosso merito quello di avere per primo pubblicato in Italia articoli dedicati a Gogol’, Turgenev, Tolstoj e Dostoevskij, oltre che di avere introdotto altre figure di narratori che oggi reputiamo minori (Aleksej Pisemskij, Aleksej Tolstoj, Vsevolod Krestovskij e altri). Sono poi della moglie Sof’ja le prime traduzioni italiane di alcune opere, o di frammenti, di questi stessi scrittori. Tali pubblicazioni ebbero luogo sulle pagine di riviste rimarchevoli, come «Il politecnico», «La Rivista contemporanea», «La Rivista europea», «La Nuova Antologia», quindi potenzialmente De Gubernatis raggiunse il meglio dell’intellettualità italiana post-risorgimentale. La risonanza fu, per la verità, poco significativa, sia per la grande scarsità di traduzioni sul mercato editoriale, sia per lo spirito conservatore della società italiana, sia per la dipendenza culturale dalle mode transalpine, quando in Francia ancora non era scoppiata la novità del romanzo russo: dopo il 1886, cioè dopo il Vogüé, anche in Italia comincerà un gran parlare di Tolstoj, Dostoevskij e Turgenev. De Gubernatis è quindi un pioniere isolato e per giunta non sempre preciso, soprattutto nelle valutazioni.

I suoi primi articoli sul romanzo russo compaiono nel 1866 sulle pagine del «Politecnico». Nell’arco di cinque numeri pubblica un saggio dal titolo Il romanzo contemporaneo, diviso in 9 parti, in ciascuna delle quali viene analizzato, con velleità comparative non del tutto chiare, un romanzo straniero. Di queste 9 parti, ben due sono dedicate a romanzi russi, ovvero alle Anime morte di Gogol’ e a Padri e figli di Turgenev.[17] Gogol’ era già abbastanza noto in Francia grazie a Mallarmé, mentre Turgenev godeva di discreta fama in tutta Europa, ma non in Italia.

Nell’articolo sulle Anime morte, De Gubernatis si mostra ben documentato, anche se non era ancora in grado di leggere in russo (lingua che comincerà ad apprendere nell’estate del 1869). Verosimile che avesse a disposizione una delle traduzioni francesi apparse pochi anni prima (quella di Eugène Moreau per l’editore Harvard, del 1858, o quella di Ernest Charrière pubblicata nel 1859 da Hachette; la prima traduzione italiana giungerà invece solo nel 1883); non è nemmeno da escludere che De Gubernatis si limitasse a raccogliere notizie indirette e sintetiche, e questo spiegherebbe alcune sue affermazioni affrettate o troppo generiche. Per esempio, paragonare, come fa, la comicità di Gogol’ a quella di Aristofane, Rabelais, Cervantes, Jean Paul e Sterne, significa collocarlo in un Pantheon satirico talmente esteso da dire troppo poco su questo autore; l’accostamento argomentato ai soli Jean Paul e Sterne avrebbe potuto fornire ai lettori un’idea più precisa sui modelli di Gogol’, la cui comparsa nel mondo culturale russo viene descritta da De Gubernatis come un terremoto di costume ed uno scandalo in un paese non abituato alla satira:

 

Mentre Pushkin e Lermontof cantavano le belle antiche e i prodi cavalieri [...]; mentre i pittori russi cadevano in ginocchio ai piedi della Madonna di Raffaello [...]; mentre l’imperator Niccolò prometteva di riformare la sua tirannide [...], un piccolo, un giovine, un povero impiegato, un autorello drammatico fischiato, un oscuro appendicista, covava nella sua anima melancolica, il più tremendo assalto alla fatua grandezza della sua patria, e con un riso sgangherato innanzi alla sua maestà si proponeva di farla ridicola a se’ stessa.[18]

 

Al di là della bizzarra definizione di Puškin e Lermontov e della dubbia notizia sulla volontà riformatrice di Nicola I, il passo sembra echeggiare opinioni diffuse in Russia su Gogol’ e sulla sua opera. De Gubernatis fa propria l’interpretazione strettamente sociale delle Anime morte quando scrive che Gogol’, amante dell’Europa, disprezza i russi in quanto popolo senza storia (un’idea che appartiene piuttosto a Čaadaev), e ne deride «la società di tiranni imbecilli, di servi astuti e vili, e di industri approfittatori fra tiranni e schiavi».[19] Quasi con biasimo conclude che

 

poco immaginoso e però poco atto ad inventare tipi eccezionali, si attaccò spietatamente al volgo, ne levò una ventina di figure, come se fossero maschere, e costringendole a ridicole smorfie [...], le rese di una tremenda evidenza, e sopra la loro nuova effigie interpretò tutta la Russia.[20]

 

In ogni caso, Gogol’ sarebbe il più “ardito” fra i romanzieri realisti contemporanei, anche se “è lecito domandarsi se il suo reale sia sempre vero”, viste le sue frequenti inverosimiglianze.[21] Infatti, il lettore crede nel realismo dei caratteri perché sono «verissimi i gesti, le pose, gli accenti particolari de’ personaggi; simile al fotografo, Gogol coglie dell’individuo il momento, e di rado rivela l’anima sua interiore».[22] De Gubernatis esprime dei legittimi dubbi sul realismo gogoliano e conclude l’articolo osservando che «quanto più immoderato è il riso al quale egli espone una smorfia indecente, tanto più il cuore gli sanguina»,[23] così come è ambiguo il suo rapporto con Čičikov, che sarebbe insopportabile al suo autore.

Se è vero che quest’analisi è ben distante dalle autentiche motivazioni di Gogol’, va però detto che molto di questo autore era rimasto incompreso ed equivocato dai suoi stessi connazionali; il primo articolo italiano su Gogol’ rimane dunque una curiosità storica, tanto più che non seppe muovere le acque e non generò traduzioni o interessamento alcuno.

Si può dire quasi lo stesso dell’articolo su Padri e figli di Turgenev, che è una sorta di sfogo di De Gubernatis, ex-bakuniniano, contro le idee nichiliste. Proprio questo aspetto poteva influenzare l’opinione pubblica italiana, anche per un certo scalpore che De Gubernatis aveva suscitato l’anno prima a Firenze professandosi d’un tratto nemico delle istituzioni. Il rapido ritorno su più miti avvisi, passata l’ebbrezza dell’influsso di Bakunin, aveva salvato a De Gubernatis carriera e reputazione, e da quel momento in poi egli si ritagliò una figura di esperto conoscitore e nemico giurato del nichilismo.[24] L’articolo comincia con tono reciso, con una sorprendente condanna di Pietro il Grande e dell’europeizzazione della cultura russa:

 

Dopo aver giurato sopra il Vangelo la giovine Russia imparò a giurare sopra Hegel [...]. Pietro il Grande, volendo far civile la sua Russia, non fece che imbastardirla. Meglio se restava selvaggia, con le sue virtù native [...]; alla rivoluzione sociale che oggi si compie sopra l’immenso suo suolo ci sarebbe arrivata per se’ sola, senza bisogno degli enciclopedisti, e dei comunisti francesi.[25]

 

In un certo modo, la colpa di Pietro il Grande è quella di avere originato Bakunin! De Gubernatis saluta perciò un’inversione di tendenza, che sarebbe avvenuta in Russia di recente, cioè lo sviluppo di una cultura nazionale russa e anti-europea. In letteratura, uno degli artefici dell’emancipazione sarebbe Turgenev, che per la verità è il più europeo dei romanzieri russi. Collocandolo su posizioni slavofile o vicine alle idee di Dostoevskij e Grigor’ev, De Gubernatis prendeva perciò un serio abbaglio… La spinta polemica lo indusse a schematizzare fenomeni di cui all’epoca ancora non conosceva la natura, mescolando idee che erano nell’aria in forma del tutto superficiale. Altrettanto superficiale appare il giudizio artistico su Turgenev, che non è nato romanziere, ma bozzettista: non riuscirebbe, perciò, a seguire una trama, trasportato dall’ispirazione a comporre tanti piccoli quadri. Il giudizio di De Gubernatis è insomma acerbo, e Turgenev sarebbe soltanto uno scrittore “elegantissimo, ingegnoso e delicatamente passionato”.[26] L’interesse del critico si focalizza sulla figura di Bazarov, personaggio del tutto negativo: parassita, scettico e ipocrita. Evidentemente, De Gubernatis già ne conosceva l’identificazione con Bakunin. In questo suo primo saggio turgeneviano, egli ancora non tiene in considerazione il tardivo mutamento di Bazarov, come invece farà più a freddo in altre occasioni.[27] Anche l’opinione globale su Turgenev è meno approfondita che nei successivi lavori, in cui mostrerà di apprezzare molto di più l’arte del romanziere russo, con il quale avrà modo di fare anche la conoscenza.

Quando nel gennaio 1869 De Gubernatis assunse la direzione della «Rivista contemporanea», vi introdusse subito la cultura russa. Egli vi lavorò soltanto fino al novembre dello stesso anno, ma in così breve periodo riuscì a far pubblicare diversi articoli di notevole importanza per la storia della russistica italiana. Fu il suo primo tentativo di divulgare sistematicamente la letteratura russa. Già nel numero di gennaio apparve per la prima volta in Italia un articolo dedicato a Lev Tolstoj e, fatto ancora più notevole, a Guerra e pace, che in Russia si stava contemporaneamente pubblicando in fascicoli, dopo che i primi capitoli erano apparsi a puntate sul «Russkij vestnik».[28] Per la prima volta l’attualità culturale russa trovava un’eco in Italia, dove fino ad allora si conoscevano “in tempo reale” soltanto pochi avvenimenti storico-politici eclatanti. L’articolo ha effettivamente una forma cronachistica, il risalto maggiore, più che ad un’analisi letteraria del romanzo, è dato al suo straordinario successo, e all’impazienza febbrile con cui in Russia si attendevano le successive puntate; l’opinione di M.A...ff (Maslov?), l’autore dell’articolo, sul romanzo è positiva, ma egli, prudentemente, evita di sbilanciarsi troppo:

 

un giudizio assoluto sarebbe prematuro, finché l’opera non sia tutta compiuta; convien quindi rimettere a pubblicazione finita [...]. Ma è lecito fin d’ora il dire che questo lavoro del conte Talstoy rimarrà come uno de’ libri più attraenti del nostro tempo e farà sempre onore alle lettere russe.[29]

 

All’articolo di M.A...ff si accompagnava la traduzione anonima (curata da Sof’ja De Gubernatis) di alcuni brevi passi del romanzo, incastonati in un rapido riassunto della trama.[30] Si tratta della prima traduzione mondiale da Guerra e pace; la prima traduzione francese tarderà parecchi anni,[31] mentre la prima traduzione integrale italiana, mediata dal francese, è del 1891, con prefazione di Melchior de Vogüé, e segue la grande “scoperta” di Tolstoj in Francia.

L’anno successivo venne pubblicata sul nuovo foglio di De Gubernatis, la «Rivista europea», una cronaca letteraria dalla Russia, firmata U., nella quale si recensiva l’uscita dell’ultimo fascicolo di Guerra e pace.[32] L’opinione pubblica russa era rimasta scioccata e delusa dal finale del romanzo. Lo stesso U. critica duramente Tolstoj e stronca l’intero romanzo, che avrebbe tradito le buone premesse da cui era nato: “Volle egli fare un romanzo, od una serie di quadri di costumi”?, si domanda U.; “Lo scopo del libro appare unicamente la dimostrazione di una nuova tesi di filosofia della storia che il Talstoy propone contro i suoi avversari, i cultori della Kulturgeschichte”.[33] Non solo la visione filosofica di Tolstoj è rifiutata da U.; egli giudica un po’ sprezzantemente gli stessi ideali etici dello scrittore, che a suo vedere indeboliscono la trama del romanzo: dopo tanto slancio e tanti conflitti, tutto termina “nella prosa di un amor coniugale, tranquillo e senza lampi”, mentre nelle ultime cinquanta pagine è difficile seguire Tolstoj nel suo tortuoso “misticismo geometrico”.[34] Quest’opinione angusta influenzò De Gubernatis, che ancora nel 1887 si esprimeva in termini non troppo dissimili sull’intera opera di Tolstoj:

 

La Guerra e la Pace è un’epopea romantica molto slegata, con tutti i difetti del romanzo storico, e le sue belle qualità [...]; ne’ due grandi romanzi di Tolstoi sono descrizioni e osservazioni di una grande bellezza; ma l’insieme del primo libro manca d’armonia, il secondo d’elevatezza; ed entrambi stancano il lettore per una certa prolissità.[35]

 

Tornando al 1869 e alla «Rivista contemporanea», M.A...ff si rese autore anche del primo articolo su Dostoevskij.[36] Anche in questo caso, all’articolo, che stabiliva il paragone che diverrà classico fra Tolstoj e Dostoevskij, a tutto vantaggio del primo, si accompagnava la traduzione anonima di un estratto da Delitto e castigo: l’episodio del delitto di Raskol’nikov.[37] Questa volta, il tono di M.A...ff è piuttosto sarcastico e il suo giudizio pesantemente negativo: Dostoevskij è uno scrittore che lo disturba per gli ambienti infimi dei suoi romanzi e per i suoi personaggi “squilibrati”.[38] M.A...ff non crede all’arte di Dostoevskij, che avrebbe raggiunto il successo con Povera gente (“un idillio abbastanza vano”) sfruttando la moda degli eroi umili degli anni ‘40, sotto l’influsso di Byron e George Sand. Superata questa fase, Dostoevskij sarebbe entrato con Memorie da una casa di morti in atmosfere “fetide” che raggiungono il loro apice con Delitto e castigo: “Non c’è tregua in quegli orridi sotteranei che l’autore vi fa attraversare [...]; vi strazia, vi leva il respiro”...[39] Persino la purezza di Sonja Marmeladova appare sospetta e inverosimile:

 

Senza negare la possibilità di simili casi, è pure permesso considerare tanta purezza di cuore rimasta intatta fra le circostanze d’una simile vita come una delle più grandi eccezioni che si possano incontrare, e questa maniera di concepire conferma l’opinione che mi sono fatta sopra le preferenze dell’autore per quanto sia bizzarro e mostruoso.[40]

 

Tale fu la prima lettura dell’arte di Dostoevskij proposta in Italia! D’altro canto, aveva diritto De Gubernatis, quasi vent’anni dopo, a rivendicarsi il merito d’aver fatto conoscere “primo [...] in Europa” Tolstoj e Dostoevskij, “scrivendone e recensendone estratti abbastanza estesi fin dal 1869”.[41] All’epoca De Gubernatis dedica sulla «Nuova Antologia» alcune note alla moda del romanzo russo. Soddisfatto nel vedere che i grandi scrittori russi venivano tradotti in francese, la lingua più diffusa in Europa, sin dal 1884 segnalò la comparsa delle traduzioni parigine dei grandi romanzi di Tolstoj e di Delitto e castigo. Tuttavia, egli si mostrò sempre scettico verso una moda che innalzava al di sopra di tutto Tolstoj e Dostoevskij, scrittori che egli mai comprese appieno, e anzi tese in parte a rifiutare, in nome di Turgenev e Aleksej Tolstoj. Nella recensione a Le roman russe di Vogüé, De Gubernatis parla di decadenza della letteratura russa (opinione che, del resto, era diffusa in Russia in un periodo in cui tutti i grandi maestri, tranne Tolstoj, erano morti senza lasciare successori):

 

Io non ho tutta la fede nell’avvenire della letteratura russa che spiega il Vogüé; ella mi sembra aver dato pressapoco tutto ciò che poteva dare; è difficile che in Russia esca ancora qualche cosa di veramente originale e che superi quello che già abbiamo; e però credo anch’io un poco che la voga russa, alla quale il Vogüé ha contribuito in gran parte, passerà; ma innanzi ai capolavori letterari dal Vogüé esaminati e resi famigliari, una tal voga si spiega.[42]

 

L’attività di De Gubernatis sulla «Nuova Antologia» era assai preziosa e attuale nel campo della letteratura russa, nel quale egli era allora forse la persona più competente in Italia. Poteva così permettersi di osservare che “la Russia è di moda. Ma se ne parla spesso a caso, per via di iperboli”.[43] Registrò il successo della letteratura russa e, tutto sommato, lo sostenne, ma la sua posizione cessò d’essere d’avanguardia non appena la divulgazione della letteratura russa divenne un fatto comunemente accettato. Il suo contributo alla diffusione della russistica in Italia fu ripreso da Domenico Ciampoli e Federigo Verdinois a livello di studi letterari e di traduzioni, e pressoché da tutta la stampa italiana a livello divulgativo. A questo punto compaiono figure più illustri, come quella del giovane D’Annunzio “dostoevskiano” nel Giovanni Episcopo del 1892: ma si tratta di una visione laida, morbosa, dell’arte di Dostoevskij, appunto simile a quella trasmessa da De Gubernatis e dal suo corrispondente moscovita. Uno sguardo meno pruriginoso è quello di Luigi Capuana, che, da verista, nel romanzo russo e in Dostoevskij segnalava in primo luogo la “sincerità”.  Ma sono anche queste letture assai approssimative, non prive di equivocazioni e carenti di profondità.

Più che Dostoevskij fu Tolstoj a colpire l’immaginario culturale italiano di fine secolo: le riviste letterarie pullulano di articoli e analisi, che investono il Tolstoj narratore ma ancora di più il Tolstoj pensatore e ideologo. Un intellettuale viaggiatore, Ferruccio Rizzatti, per esempio, che era stato in Russia e aveva preso a scriverne, definiva Tolstoj “uno scita autentico, che sconvolge improvvisamente tutte le nostre abitudini intellettuali”.[44] Frasi ad effetto per una conoscenza di moda. Ma fra i molteplici commentatori dell’arte e del pensiero tolstojano a cavallo fra Ottocento e Novecento si annoverano già critici più fini, come, per esempio, Petrone, Panzacchi, Graf e Momigliano.[45] A questo punto la moda si trasformerà impercettibilmente in coscienza collettiva, in patrimonio universale, e la storia della ricezione del romanzo russo in Italia acquisirà significati ben più compositi e profondi. Ma nell’ultimo quarto dell’Ottocento era avvenuta, in una forma forse inusitata, sicuramente lontana dai canoni moderni, la nascita di un classico. Uno dei passaggi di questo processo va visto nell’attività redazionale di Angelo De Gubernatis, sulla scia della quale molte riviste italiane, in primis la «Nuova Antologia», cominciarono a pullulare di saggi e traduzioni russe. Sui giudizi di De Gubernatis si può facilmente ironizzare, ma la passione e l’entusiasmo con cui si accostò alla letteratura russa dimostrano una presa di coscienza dell’altissimo livello da essa raggiunto. A De Gubernatis difettò la capacità di analisi critica, non certo l’intuito critico. Per questo egli va riconosciuto come il pioniere della russistica italiana, nonostante qualche errore, anche grossolano, di valutazione.

 

 

 

 


 

[1] Cfr. E. De Michelis, Dostoevskij nella letteratura italiana, in Dostoevskij nella coscienza d’oggi, a cura di S. Graciotti, Firenze 1981, pp.163-196; T. Motyleva, La sorte letteraria di Tolstoj in Occidente, in Tolstoj oggi, a cura di S. Graciotti e V. Strada, Firenze 1980, pp.189-198; L.Ja. Ginzburg, Tolstoj e Proust (Il problema del discorso diretto), ibid., pp.211-224.

[2] Cfr. W.Zeil, Slawistik in Deutschland, Köln-Weimar-Wien 1994; AA.VV., Iz istorii russko-nemeckich literaturnych svjazej, Moskva 1987; E. Hexelschneider, Über die Rezeption der russischen Literatur in Deutschland im letzten Viertel des 19. Jahrhunderts, in «Zeitschrift für Slawistik», 1973, H.1, S.54-63.

[3] Vedi per es. Neveroff, Blick auf die Geschichte der russischen Literatur, Riga 1840; Wiskowatoff, Geschichte der russischen Literatur, Dorpat 1881.

[4] Sulla conoscenza del mondo slavo in Francia e in altri paesi dell’Europa occidentale, vedi V. Boutchik, Bibliographie des œuvres littéraires russes traduites en français, Paris 1935 (supplementi 1936, 1938-1941); Id., La littérature russe en France, Paris 1947; M.P. Alekseev, Russkaja kul’tura i romanskij mir, Leningrad 1985.

[5] Vedi A. Mickiewicz, Les Slaves. Cours professé au Collège de France, par Adam Mickiewicz (1842—1843), et publié d’après les notes sténographiées. Paris 1849.

[6] Vedi N. Gogol, L’inspecteur général, trad. par P. Mérimée, Paris 1853; P. Mérimée, Nicolas Gogol. La littérature en Russie, in «Revue des Deux Mondes», 1851.

[7] Viardot tradusse Gogol’ (Nouvelles choisies, Paris 1853; Tarass Boulba, Paris 1853) e Puškin (La fille du Capitaine, Paris 1854).

[8] In collaborazione con Louis Viardot Turgenev tradusse, oltre ad opere proprie, Puškin (A. Pouchkine, Poèmes dramatiques, trad. par J. Tourguenev et L. Viardot, Paris 1962)

[9] Cfr. F. de Labriolle, La création de la première chaire de russe: une œuvre de longue haleine, in «Slovo», Paris, 1(1978), pp.5-24.

[10] Vedi A. Cronia, La conoscenza del mondo slavo in Italia, Padova 1958; B. Renton, La letteratura russa in Italia nel s. XIX, in «Rassegna sovietica», 6(1960), pp.40-59, 1(1961), pp.48-80, 3(1961), pp.27-69, 4(1961), pp.36-70, 5(1961), pp.67-94; Z.M. Potapova, Russko-ital’janskie svjazi, 2° polovina XIX v., Moskva 1973;  C.G. De Michelis, Russia e Italia, in Storia della civiltа letteraria russa, a cura di R. Picchio e M. Colucci, vol.II, Torino 1997, pp.671-688.

[11] M[ontani], Fables russes de M. Kriloff, «Antologia», 1826, t.23, p.100; S. Ciampi, Sullo stato dell’arti e della civiltà in Russia prima del regno di Pietro il Grande, ibid., 1828, t.31, p.19; Lettera del Sig. Tommaseo al Sig. Giaxich sulla letteratura russa, ibid.,1828, t.32, pp.113-115; ecc. Cfr. S. Aloe, Tommaseo e la Russia, in Niccolò Tommaseo: Popolo e nazioni. Italiani, corsi, greci, illirici, a cura di F. Bruni, Roma-Padova 2004, vol. II, pp.733-756.

[12] Vedi G. Mazzini, Scritti editi e inediti, Milano 1879; W. Giusti, Mazzini e gli slavi, Milano 1940.

[13] C. Tenca, Della letteratura russa, in «Il crepuscolo», aprile/giugno 1852.

[14] Cfr. S. Aloe, Angelo De Gubernatis e il mondo slavo, Pisa 2000.

[15] Cfr. M. Marzaduri, Angelo De Gubernatis russista, in «Annali di Ca’ Foscari», 2(1974), pp.497-521.

[16] Vedi Il Demonio. Racconto orientale di Lermontoff, tradotto da Sofia De Gubernatis Besobràsoff, in «Civiltà italiana», 3 sett. 1865, pp.125-127, 10 sett., pp.138-140, 17 sett., pp.157-160.

[17] A. De Gubernatis, Il romanzo contemporaneo: Le Anime morte, in «Il politecnico», lug. 1866, pp.413-417; Il romanzo contemporaneo: I padri ed i figli, ibid., ott. 1866, pp.489-494.

[18] Le Anime morte, cit., p.114.

[19] ibid., p.115.

[20] ibid.

[21] ibid.

[22] ibid, p.116.

[23] ibid.

[24] A. De Gubernatis, Fibra: Pagine di ricordi, Roma 1900, pp.221-241.

[25] I padri ed i figli, cit., pp.489-490.

[26] I padri ed i figli, cit., p.493.

[27] Vedi p. es. A. De Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, in «Nuova Antologia», mar. 1877, pp.661-682 e sett. 1883, pp.327-340.

[28] M.A....ff, Il conte Leone Talstoy e il suo romanzo «La pace e la guerra», in «Rivista contemporanea», gen. 1869, pp.94-99.

[29] ibid., p.99.

[30] Guerra e pace, Romanzo del conte L.N. Talstoy, in «Rivista contemporanea», gen. 1869, pp.100-109; feb. 1869, pp.228-236.

[31] Cfr: Renton, op.cit., IV, p.60.

[32] U, Nostra corrispondenza da Pietroburgo, in «Rivista europea», feb. 1870, pp.539-540.

[33] ibid., p.539.

[34] ibid., p.540.

[35] Vedi A. De Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, in «Nuova Antologia», mag.1887, p.151.

[36] M.A...ff, Dasztaievsky e le sue opere, in «Rivista contemporanea», ago. 1869, pp.271-277.

[37] Ibid., pp.278-287.

[38] Secondo M.A...ff, Dostoevskij «si tormentava l’ingegno a discoprire fenomeni anormali, mostruosità d’ogni maniera» (Ibid., p.271).

[39] ibid., p.277.

[40] ibid., p.276.

[41] A. De Gubernatis, Rassegna delle letterature straniere, in «Nuova Antologia», ago. 1887, p.151.

[42] Id., Rassegna delle letterature straniere, in «Nuova Antologia», mar. 1887, p.147.

[43] Id., Rassegna delle letterature straniere, in «Nuova Antologia», mag. 1878, p.360: «La Russia è di moda. Ma se ne parla spesso a caso, per via di iperboli. E non è tutta colpa nostra se non si conosce meglio. La Russia riceve molto dall’Europa, ma le si comunica poco. Sia indifferenza, sia fierezza, si cura poco dell’opinione dell’Europa, e quindi le importa poco che l’Europa sappia o dica il giusto delle cose sue. Di questa politica d’isolamento la Russia risente ora i tristi effetti». I “tristi effetti” dell’isolamento della Russia consistevano nel riassetto territoriale dei Balcani imposto ai russi, pur vittoriosi contro i turchi, al congresso di Berlino.

[44] F. Rizzatti, Leone Tolstoi, in «Natura e arte», II,12, mag. 1893, p.1098. Rizzatti, un tipico viaggiatore della sua epoca, aveva conosciuto Tolstoj in Russia nel 1885. Nel 1892 pubblicò la prima traduzione italiana di Dekabristy, un romanzo incompiuto di Tolstoj (Prof. F. Rizzatti, I Decembristi. Romanzo di Leone Tolstoi, in «Natura e arte», II,2, dic. 1892, p.122).

[45] Cfr. la bibliografia di Enrico Damiani ad A. Vesselovskii, Storia della letteratura russa, Firenze 1926.

 

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