22 dicembre 2002
Pensieri
disordinati sulle arti visive.
Nato purtroppo da un sacco di tempo ho attraversato tutta la seconda metà del
XX secolo subendo quindi un bombardamento culturale massiccio ed esteso di
avanguardie, ismi, transavanguardie, formale/informale, neo, post, iper, ritorni
e andate, tutti vangeli indiscutibili ed eterni per qualche anno. Quindi non
posso ignorare lo sconcerto dell'uomo della strada di fronte a una fase di
tanto frenetica evoluzione e di tanta propensione per una continua innovazione:
tutto sembra vecchio e quindi non c'è peggior giudizio di quello che sancisce
"già visto".
Io non mi riconosco nell'uomo della strada, nel senso che non accetto il
superficiale, il qualunquistico come metro; cerco anche di munirmi di qualche
strumento culturale che mi permetta di interpretare il nuovo; perciò soffro un
po' quando qualcuno si scaglia contro l'arte del secolo scorso, sostenendo che
il rifiuto del realismo e del formale rende il prodotto incomprensibile all'uomo
comune.
In ogni caso non si può eludere la domanda: è giusto che il prodotto
dell'artista parli solo agli iniziati?
Certamente anche l'arte dei secoli scorsi richiedeva una certa dose di
conoscenze per poterla interpretare a un livello non puramente formale ed
edonistico, solo che l'osservatore odierno cerca generalmente di ignorarle; e
può farlo grazie ai valori tecnici e formali ancora oggi apprezzabili.
E
considera l'astratto e l'informale come solo decorativo; e magari spesso non ha
tutti i torti.
Io credo che si possano analizzare le arti (non solo quelle visive) come linguaggi
di comunicazione e le opere come messaggi; credo anche che la capacità
comunicativa sia un metro di valutazione significativo, per cui mi sento di
rifiutare gli artisti che "parlano in dialetto" riuscendo quindi a
comunicare solo ai pochi che conoscono lessico e struttura. Ma credo anche che
il fruitore debba sforzarsi, entro certi limiti, di apprendere il linguaggio
dell'autore per capirlo: il problema è sempre definire i limiti.
Credo anche che i linguaggi si siano evoluti con la scomparsa della grande
committenza che imponeva di comunicare messaggi facili
e facilmente comprensibili a tutta la tribù: quanto è grande il nostro
principe; che magnanimo guerriero; che nobile mecenate; come è bella la dea;
quale acuto diplomatico è il papa attualmente regnante che paga questo
ritratto; quanto buono e salvifico san quarantaduesimo; quanto terribili i
castighi per i peccatori . . .
Poi, liberate le arti visive dal ruolo di ancelle della politica e della
religione, è nato un nuovo mercato per le opere d'arte; inoltre gli autori si
sono candidati quali compagni di viaggio dei filosofi e, essendo la committenza
di assessori, industriali, banchieri e ministri inadeguata all’accresciuto
mercato, si sono messi a comunicare di gnoseologia, etica, ontologia,
sociologia, fenomenologia, semiologia . . . .
Da megafoni del
potere a bardi del sapere.
Linguaggi sempre più esoterici.
Messaggi non più comprensibili da tutta la tribù ma solo dai sacerdoti.
Quindi va bene
così?
Io non ho la cultura necessaria per dare le risposte, mi accontento di porre le
domande come un uomo della strada che si sente spesso tagliato fuori e che nutre
qualche dubbio sulla capacità degli artisti di costruire nuovi linguaggi e di
incidere, ambizione tutt'altro che rara, sullo sviluppo della civiltà.
beppe