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23 luglio 2009 Dario Ghelfi,
La masseria delle allodole
dopo "La strada per Smirne" Dario recensisce l'altro romanzo di Antonia Arslan dedicato ai tragici eventi che hanno segnato la sua patria e la storia del secolo scorso. Ancora una volta Dario arricchisce il commento sull'opera letteraria con una quantità prodigiosa di informazioni e di allegati multimediali, che costituiscono in definitiva una seconda opera, questa volta di saggistica, in grado di completare la lettura del romanzo con un ampliamento di orizzonti secondo la filosofia di Dario cui ho accennato nel mio commento alla recensione precedente (vedi). Buona lettura, e non trascurate nessun link ! beppe
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La masseria delle allodole E’
questo il primo[1] dei due volumi che
Il
volume ha, meritatamente, avuto un grande successo ed è stato seguito, a
livello mediatico, dal film omonimo, dei Fratelli Taviani, che scrivono di aver
avuto, quando erano bambini, una governante armena[2]. La
prima cosa che ci colpisce nella prosa dell’Arslan è l’incredibile sobrietà del
suo linguaggio; è parca nella descrizione degli orrori, dei drammi, della
disperazione e con una scelta accurata
dei termini, lascia a noi immaginare le sofferenze che la colonna delle
deportate (gli uomini sono stati tutti uccisi e nel tragico trasferimento ci
sono solo vecchi e bambini accanto a loro) deve subire. Anche quando si trova a
raccontare di crude sequenze del martirio armeno … il
vecchio prete Hovhannes … Ilo vecchio prete viene spogliato
e gli cavano gli occhi. Lui piange piano piano come un bambino. Poi
dondola nudo, impiccato, al ramo più basso del grande platano …
Ogni giorno portò il suo orrore quotidiano … Più e più volte scesero
Le tribù curde, predando, e la terza volta si portarono via le belle
lavandaie … maledetti dalla vecchia Serphui a cui, per farla tacere,
uno zaptié schiacciò la testa con un sasso … Ma questo tempo bastò
perché Hripsime la giovane sposa riuscisse a sollevarsi dal parto e
a veder morire il suo bambino, infilzato su una baionetta tenuta a
braccio teso come un trofeo … Uccidero i bambini, stuprarono le
donne, portarono via le ragazze e le bambine per i loro harem
lontani … E poi presero tutto, giorno dopo giorno: i tegami e le
coperte, le povere capre … Di tanto in tanto, un po’ di pane gettato
come ai cani, dall’alto … I bambini frugano nello sterco dei cavalli,
alla ricerca di semi non digeriti … Tutti gli uomini armeni di
Trebisonda … sono stati eliminati annegandoli nel Mar Nero.
… le barche cariche di uomini incatenati spinte al largo, e poi
colate a picco dai gendarmi che sparavano dalla riva[3] lo fa con semplici frasi,
scolpite nella pietra, microsequenze cinematografiche, che sta a noi lettori
sviluppare. Così muore Azniv, “la dolce sorella”,
che si sacrifica, per distrarre l’attenzione dai guardiani turchi, permettendo
così a Shushanig e ai bambini di essere salvati da Ismene e Nazim: “Ov sirun
sirun” comincia a cantare, ergendosi fiera … Un vento di follia percorre il campo. Le
altre donne cominciano tutte a gridare … Gli zaptié, colti di
sorpresa, si precipitano su Azniv, illuminano solo lei, che continua a
cantare finché un colpo di sciabola le tronca la testa. Addio,
dolce Azniv; addio colomba d’Armenia. C’è
un uso calibrato degli aggettivi, “la dolce sorella” e dei sostantivi, che,
insieme, concorrono a costruire quell’atmosfera di ricordo melanconico, di
nostalgia, che è diffuso per tutto il romanzo: “la piccola città”, “il paese
perduto”. Il
suo raccontare è “visivo” e mai come con l’Arslan ci rendiamo conto che ogni
scrittore è, in fondo, una sorta di regista cinematografico. Ma qui abbiamo un
regista che nelle sue sequenze non ci mostra tutto, ma “costringe” il lettore,
ogni lettore a costruirsi le scene di quella sequenza di cui egli ci ha offerto
sono un fotogramnma iniziale, che diventa così il punto di partenza di tanti
spezzoni diversi, quanti sono i lettori[4].
Ed
è sintomatico come, più avanti, quando ormai la colonna si è ormai
assottigliata e la gente cade lungo il cammino uccisa dalla fame, si legge che dei
beduini, con stupore, si rendono conto che possono avere, senza usare la forza,
le donne armene (le belle, le affascinanti, le altere ed altrimenti
irraggiungibili ragazze armene), solo dando loro acqua per lavarsi e cibo. Poi
rimaniamo stupefatti e confusi quando l’autrice ci racconta, con quel suo modo
sobrio, dello stupro della ragazzina che, viene riportata alla madre, da uno
zaptié annoiato, perché come amante
l’adolescente non vale nulla ed è anche bruttina. Al fondo
dell’abiezione: la brutalità annoiata e”generosa”. In
un’intervista, poi, tratta da “Minime. (http://www.mail-archive.com/nonviolenza@peacelink.it/msg01887.html
), l’Arslan scioglie il mistero della “piccola città”, che in entrambi i libri
(“La masseria delle allodole” e “La strada per Smirne”) appare indefinita, dal
punto di vista della sua collocazione geografica, mai identificata: “Volevo che
fosse emblematica di tutte le città e di tutte le tragedie. La città in realtà
è Kharpert, o Karput, al centro dell’Anatolia …”, ora Elazig[5].
E’
il senso del rimpianto per la patria perduta che smorza i toni della prosa
della Arslan, che ripercorre, su due piani paralleli (quello dell’eccidio di
Sempad e di quasi tutta la sua famiglia, che si consuma in Anatolia e quello
della nostalgia che avviluppa Yerwant, il fratello italiano di Dolo, che sogna
impossibili
[6]rientri nella “piccola
città”) le vicende delle due famiglie armene. Abbiamo già detto di come le
atrocità (che appaiono acclarate nel film) siano nascoste da una sorta di
pudicizia linguistica, che risparmia le sofferenze dei singoli, in una visione
corale della tragedia. Al
contrario del film, laddove molto ruota attorno alla bellissima Azniv
(inventadole anche un amore, a suo modo rispettoso, di uno zaptié, di un
guardiano turco dei deportati, quando invece la ragazza è costretta a
prostituirsi per un po’ di cibo), qui è il dramma di un popolo intero ad essere
protagonista, anche se alcuni personaggi, la moglie di Sempad, Shushanig, il
mendicante Nazim e la “lamentarice” greca Ismene si stagliano nettamente tra le
tante. Tante, al femminile, perché “La masseria delle allodole” è una storia di
donne, un inno alle donne armene che sopportano da sole il peso della tragedia
che ha colpito il loro popolo, dopo che tutti gli uomini, i loro uomini sono
stati uccisi. Ed
è una storia che non può avere un finale felice, perché quasi tutti i
protagonisti (con rimando a “La strada di Smirne”) periranno: questa è la
storia, la storia di persone, che facevano parte di un popolo decimato. Né il
lettore può cullarsi nelle illusioni, quando sembra fiorire una certa speranza,
perché l’autrice interviene, con i suoi anticipi in corsivo, a dirci quale sarà l’approdo finale, come quando,
anticipa, la tragica fine della bella Azniv “
… tu eroica, generosa creatura che ti lascerai infine morire, contaminata, ad Aleppo … bruna bellezza, se tu fossi fuggita col tuo
Djelal …” e ci colpisce violentemente quella terribile parola,
“contaminata”.. Ma non sono solo i suoi anticipi a segnalarci il percorso degli
eventi, che questo della Arslan è un vero e proprio saggio storico, nel quale
gli avvenimenti reali, quei lontani accadimenti sono “personalizzati”, mediati
dal loro essere calati su persone reali, su degli esseri umani che li hanno
sofferti e subiti.
Nell’intervista
che abbiamo precedentemente citato, l’Arslan dice di aver saputo
dell’innamoramento di un ufficiale turco per Azniv; ed ecco che immagina i loro
colloqui, l’ardore del giovane soldato, le ritrosie e le titubanze della
giovane vergine armena, cui si propone di scappare in occidente, con un uomo,
un militare dell’etnia dominante, che già si era macchiata di eccidi nei confronti
della sua gente. Un episodio che diventa emblematico e che probabilmente è
simbolo dei rapporti che tanti turchi ebbero con gli armeni e che portarono
alcuni (tanti?) di essi a salvare qualcuno di quei disperati. Altrettanto
emblematici (immaginati? Sicuramente VEROSIMILI!) sono anche quegli eventi, che
suonano come una sorta di preavviso e
che si esprimono in fatti lievi e banali, carichi comunque di mortali
suggestioni: all’inizio, di poco precedente al dramma, due gendarmi si presentano
alla casa di Sempad, il farmacista, uno degli armeni più in vista della
“piccola città”, per consegnare l’ingiunzione che ordina a tutti i capi
famiglia armeni di presentarsi in prefettura; la padrona di casa dice loro che
il marito non c’è (avvertito che qualcosa di pericoloso si sta avvicinando,
prudentemente è andato “in campagna”, alla “masseria”) e che sarà sua cura
avvertirlo non appena fosse tornato: I due si guardano, molto divertiti, e
uno dice: “Fa lo stesso, arriva in tempo anche domani”; e poi con
un gesto lento e preciso, allunga la mano verso la
zuppiera piena che è ancora al centro della tavola. Per un momento
sembra accarezzarla; poi il movimento si accelera e la
zuppiera finisce per terra, con un rumore stridente. “Oh” fa l’uomo,
e sorride di nuovo; e poi esce, con il suo compagno Da quel momento il tempo si muove a
scatti, accelera e si distende in pause ingannevoli … C’è l’annuncio della morte “ … arriverà in tempo anche
domani”, accompagnato dal simulacro della violenza che ne seguirà, inconsulta,
cieca, che qui si traduce nello spazzare a terra una zuppiera piena di cibo. E
poi l’annuncio delle pene, delle fatiche, delle speranze, in quel tempo che si
muoverà a scatti, con pause ingannevoli. La prima metà del libro si chiude con il massacro alla
fattoria, ad opera di alcuni isolati ittihadisti
[7](contro
il volere del comandante della guarnigione, che considera assurdo uccidere dei
membri di una comunità ricca, che ben possono, e lo hanno sempre fatto, dare danaro
in cambio di tranquillità), semplici anticipatori del genocidio ideato,
organizzato, condotto dal comando supremo dal Triunvirato al potere a
Costantinopoli. In tutto questo c’è una sorte di ironia della sorte,
considerato che gli armeni avevano ben accolto l’assunzione al potere da parte
dei Giovani Turchi, laici, progressisti, tanto che alti esponenti della loro comunità,
avevano collaborato con il nuovo governo, ed addirittura uno dei “triumviri”, Talaat
Pascià, aveva amici tra gli armeni. Ed
ora lasciamo, idealmente il racconto della Arslan, per chiudere con alcune
considerazioni, d’ordine polito-storico, sui fatti raccontati dall’autrice. Sui
rapporti tra armeni e “giovani turchi”, alla vigilia dello scoppio della prima
guerra mondiale, evidentemente c’era stata una sottovalutazione, da parte dei
primi, della spinta nazionalista degli “ittihadisti”, che volevano il riscatto
dei turchi, MA DEI SOLI TURCHI. O era la speranza che finalmente le cose
cambiassero, anche se, già nel 1909 c’era stato quello che gli armeni chiamano
la prova generale del genocidio, con la strage, in Cilicia, di circa 30.000
persone, ad opera dei “giovani turchi” (http://www.comunitaarmena.it/comunicati/messori.html
): Il "Grande Male" (come
gli armeni chiamano il loro Olocausto) cominciò con la crisi dell'Impero
ottomano e il sorgere, per compensazione, del nazionalismo turco, cui da parte
cristiana si cercò di reagire. Alcuni partiti, di ispirazione socialista e
condannati dalla Chiesa, ricorsero anche al terrorismo. Così, tra 1894 e 1896,
una serie di massacri ordinati da Istanbul portò a una prima strage di 300 mila
armeni e a migliaia di conversioni forzate all'Islam. Ma il genocidio vero e proprio
sarà consumato dai "Giovani Turchi", il partito nazionalista e
razzista che intendeva procedere a una vera e propria "pulizia
etnica". Nel 1909, si fece un'atroce "prova generale", con lo
sterminio di 30 mila armeni della Cilicia, sotto l'occhio indifferente delle
Potenze sedicenti cristiane, impegnate in un gioco politico tra Turchia e
Russia. Scoppiata la prima guerra mondiale, al primo
sospetto che la minoranza cristiana degli armeni potesse intendersi con i russi
(che, tra l’altro, avanzavano lungo il fronte orientale, nel Caucaso), scatta la decisione per lo
sterminio, pianificato nei minimi dettagli, che non trova ostacoli se non nella
pietà di tanti ulema, come succede quando la colonna dei deportati si avvicina
alla città di Konya (altro paradosso; i religiosi consideravano il
Triunvirato
al potere a Costantinopoli, un governo di atei senza Dio, un Dio che non
poteva tollerare il massacro degli innocenti), di qualche comandante locale e
di qualche generale tedesco, come il famoso
Liman
von Sanders, che non permise alcuna deportazione in Smirne, ove era
collocato il suo comando[8]. E’ un
genocidio
che comunque era stato anticipato dai pogrom del 1909 in Cilicia, quando 30.000 armeni vengono uccisi
da quelle stesse forze del Ittihad ve Terakki (Unione e Progresso)[9]
a cui in seguito gli armeni daranno la loro fiducia: Un genocidio che si compie
in tre atti:
1.
il primo: 1915:
il massacro degli uomini, per il tramite di retate in quasi tutte le città ed i
centri urbani, spesso attraverso le convocazioni presso le prefetture dei
capo-famiglia;
2.
il secondo:
l’immediatamente successiva deportazione delle donne, dei vecchi e dei bambini,
da tutta l’Anatolia verso il deserto siriano, dopo Aleppo, a Deir-es-Zor, un
nome che diventa sinonimo di annientamento e di morte (a cui ben pochi, i
superstiti del trasferimento forzato, saranno arrivati) e che è una delle tante
prove schiaccianti del fatto che la strage degli armeni sia stata un genocidio
e in, quanto tale, organizzato e pianificato: com’era possibile che centinaia
di migliaia di essere umani potesse sopravvivere in mezzo ad un deserto?
http://it.wikipedia.org/wiki/Deir_ez-Zor
3.
con le carovane prese d’assalto dalle tribù
curde, senza assistenza medico-igienitaria e praticamente senza cibo (l’Arslan
racconta che, malgrado la proibizione per tutti di aiutare gli armeni, sotto
pena di morte, c’è chi lasciava acqua e pane agli incroci delle strade),
4.
il terzo: 1922.
La vittoria di Ataturk[10],
l’incendio di Smirne (simbolo della rigenerazione della nuova Turchia), la
pulizia etnica dei greci e l’eliminazione degli ultimi superstiti armeni, ad
opera in particolare degli irregolari, dei curdi e delle fasce più povere della
popolazione turca (che mal sopportava la ricchezza degli armeni, una vera e
propria potenza nel campo delle libere professioni e del commercio, la qual
cosa richiama la situazione degli ebrei nella Germania del primo dopoguerra).
dal film “Ararat”
I video del genocidio
http://www.youtube.com/watch?v=EJedvAEfHeQ
http://www.youtube.com/watch?v=BHiaiqowsQg&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=Fl8sMDZkyXc
Germany Turkey and the Armanian Genocide (in 7 puntate)
http://www.youtube.com/watch?v=Nkwbi7kFlKQ&feature=related
La masseria delle allodole, parte 1 di pertanto vedere tutto il film in 12 spezzoni
http://www.youtube.com/watch?v=4OJLjeanAWU&feature=related
film
http://www.youtube.com/watch?v=NCH_T2eXB38&feature=related Gli Stati Uniti “riconoscono”
il genocidio armeno
http://www.youtube.com/watch?v=tyFc-WCaNM0&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=1qT-lyXFK4U&feature=related
archivi russi
http://www.youtube.com/watch?v=-F3xbu0ksRU&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=dPCIr-MmXrk&feature=related
in spagnolo
http://www.youtube.com/watch?v=J3r35ycecjk
http://www.youtube.com/watch?v=FiKXODoO8oo
http://www.youtube.com/watch?v=FI8PP0JnsW0
Documentario BBC, in 5
puntate
http://www.youtube.com/watch?v=wj_zaqazvUs
con carte, documenti
ufficiali e foto di Talaat
http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/armenia/origini.htm
storia Armenia (non filmato)
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell'Armenia
Storia dell’Armenia (non
filmato)
http://www.youtube.com/watch?v=zVp5qg5E1Z0&feature=related Armenia Le “varie” Armenie con carte
http://www.youtube.com/watch?v=655XmYxXeUI&feature=related
Theodorakis
http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/armenia/index.htm Storia dell’Armenia
http://www.gariwo.net/genocidi/metz.php
[1] Recensiamo, in
seconda battuta, questa opera, non perché sia meno importante nella produzione
della Arslan (anzi, è vero il contrario), ma perché “La strada per Smirne”,
rimandava, tra l’altro, al “genocidio greco”, alla cacciata dei greci da
Smirne, alla pulizia etnica operata dai turchi nel confronti di un’etnia che
risiedeva in Anatolia da più di quattromila anni, argomenti quasi sconosciuti
all’opinione pubblica italiana (e, per questo , non abbiamo resistito, a
leggere e a recensire “Smirne”). Abbiamo ora, in questo contesto, il piacere di
segnalare l’ultima opera di Petros
Markaris, il “padre” del famoso commissario greco Kharitos, “La balia”, Bompiani
Editore, in cui compaiono riferimenti alla
cacciata
dei greci dalla Turchia; espressamente il traduttore fa precedere la storia
da una nota in cui fornisce “al lettore italiano che potrebbe ignorarli, alcuni
dettagli di ordine storico “ … Nel 1921 i greci che abitavano in Turchia erano
circa 2.500.000. Nel 1923, dopo lo scambio forzato di popolazione, più di due
milioni di essi furono costretti a trasferirsi nella Grecia continentale. La
popolazione greca di Istambul, che nel 1921 ammontava ancora a oltre 500.000
persone, si ridusse a circa 200.000 unità …”. Apprendiamo, da Markaris, che
Istambul è chiamata, ancora, dai Greci, Costantinopoli o “ [2] Il film, come sempre succede, essendo cosa altra dal romanzo dal quale viene tratto, pur restando abbastanza “vicino” alla storia scritta, enfatizza certi aspetti, dalle crudeltà inferte dai turchi alle deportate, alla storia d’amore (pur vera) tra Djelal e Azniv (salvo poi trascurare Djelal, che invece nel romanzo ricompare alla fine, svolgendo un’azione determinante, per salvare alcuni superstiti della famiglia dell’Arslan), alla (non vera) storia, ancora d’amore, tra Azniv e un gendarme turco. Il film ruota, in certo qual modo, sulla figura di Azniv, interpretata dalla bellissima Paz Vega; accanto a lei un attore assai noto nel panorama del cinema e della televisione italiana, Alessandro Preziosi.
[3] Tragica “tradizione” del terrore; dalle “noyades” della
Loira e quelle del Ponto Eusino. Il Ponto sarà poi oggetto delle stragi e della
pulizia etnica a carico dei greci, dopo la “catastrofe” del 1922.
[4] Pensiamo ai grandi della letteratura e del cinema.
Quello che ciascuno di noi ha immaginato e “visto”, quando ha letto della
Geltrude manzoniana (“La sventurata rispose”), o di Paolo e Francesca (le scene
dell’amore, della passione, della morte) o delle grandi vittorie tedesche che
hanno visto la morte di tutti i congiunti della donna, ne “La grande illusione”
di Renoir.
[5] Kharpert. Elâzığ (Kurdish: Elezîz) is a city in
Eastern Anatolia,
Turkey and the seat of
Elâzığ
Province. It has a population of 266,495 according to the 2000
census, and the plain on which the city extends has an altitude of
[6] I
propositi di viaggio cadono
definitivamente quando l’Italia entra in guerra contro
[7] O “unionisti”
o semplicemente “Giovani Turchi”, aderenti al partito “Unione e Progresso”
(Ittihad ve Terakki), che aveva preso il potere nel 1908, esautorando il
Sultano. In particolare due dei tre triunviri, Enver Pascià e Talaat Pascià,
furono i diretti responsabili del genocidio. [8] Molto discusse le responsabilità dei tedeschi, in ordine al genocidio degli armeni, cui, ovviamente non parteciparono, ma di cui furono testimoni.
[9] Per non
parlare dei cosiddetti “massacri hamidiani”, subiti dal popolo armeno durante
il regno del
“sultano
rosso”, Abdul Hamid II, nel periodo dal 1895 al 1897.
[10]
L’interrogativo che oggi molti si pongono è come mai
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