La Germania ed il Genocidio Armeno: intervista a Margaret Anderson

29 novembre 2006 - Khatchig Mouradian

Fonte: www.zmag.org

La questione della responsabilità tedesca nel Genocidio Armeno è stata oggetto di studio ed approfondimento da parte di numerosi studiosi, negli ultimi decenni. L' Impero Ottomano era uno degli alleati della Germania durante la 1° Guerra Mondiale,

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Tedeschi ed Impero Ottomano

Mesopotamia 1a guerra mondiale

 

quando oltre un milione e mezzo di Armeni vennero sradicati dall' Impero e uccisi nel corso di quella che si rivelò una campagna di sterminio di massa, incoraggiata dallo stato.

Il 15 giugno 2005, il parlamento tedesco ha approvato una mozione in memoria delle "vittime della violenza, degli assassinii e delle espulsioni subite dal popolo armeno prima e durante la Prima Guerra Mondiale". Il Bundestag ha deplorato "le azioni del governo dei Giovani Turchi, nell' ambito dell' Impero Ottomano, che hanno provocato la quasi totale decimazione degli Armeni in Anatolia".

Il Bundestag ha anche ammesso e deplorato "il ruolo ingnominioso sostenuto dal Reich che, nonostante la grande quantità di informazioni sulle espulsioni e sull' annientamento del popolo armeno, non ha in alcun modo tentato di intervenire per mettere fine a quelle atrocità".

In questa intervista alla prof.ssa Margaret Anderson, via telefono da Beirut, discutiamo di argomenti relativi alla Germania ed al Genocidio Armeno.

Margaret Anderson è docente di Storia all' Università della California di Berkley. Si è laureata alla Brown University. Ha compiuto ricerche nei seguenti campi: politica elettorale e cultura politica in Germania - comparata al contesto europeo - democrazia e istituzioni democratiche; religione e politica, religione e società (in particolare il Cattolicesimo nel 19° secolo).
E' l' autrice di "Windthorst: una biografia politica" (Oxford University Press, 1981) e di "Mettere in pratica la democrazia: elezioni e cultura politica nella Germania Imperiale" (Princeton University press, 2000). Ultimamente le sue ricerche sono state imperniate sulla Germania e l' Impero Ottomano durante il Genocidio Armeno.

Khatchig Mouradian: Da cosa è nato il suo interesse per il genocidio Armeno?

Margaret Anderson: Direi che è stato un caso. Dopo aver finito il mio ultimo libro, sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso, di nuovi stimoli. Un collega, che stava facendo degli studi sulla storia italiana di quello stesso periodo, mi ha detto: "Dovresti lavorare sugli Armeni". Gli ho risposto che non ero in grado di lavorare su quel popolo. Non conoscevo nè la lingua armena, nè quella turca. Lui ribattè che conoscevo la lingua tedesca, però, e che c' era un bel po' di lavoro da fare sulla Germania. Aveva ragione. Negli uffici del Ministero degli Esteri tedesco ho trovato ben 56 volumi sulle persecuzioni degli Armeni e molti di più sotto altri titoli, che contengono materiale rilevante riguardo questa storia orribile.
Non avrei mai potuto neanche cominciare questo lavoro senza l' aiuto di un mio collega, Stephane Astourian, specialista in Storia dell' Armenia. Fin da subito mi ha aiutato nell' indirizzarmi verso le giuste fonti armene, spiegandomene la storiografia.

K.M.: Ha dovuto fare ricerche approfondite per trovare questi documenti?

M.A.: Li aveva già usati Vahakn N. Dadrian, in modo rilevante, in "German Responsibility in The Armenian Genocide: A Review of the Historical Evidence of German Complicity" (La responsabilità della Germania nel Genocidio Armeno: evidenza storica della complicità tedesca), 1996, e, ancor prima di lui, molti altri ne avevano fatto uso. Ulrich Trumpener ha scritto un capitolo davvero eccellente nel suo libro del 1968 "La Germania e l' Impero Ottomano: 1914 - 1918". Più di recente, ne "Operation Nemesis: Die Türkei, Deutschland und der Völkermord an den Armeniern (2005) di Rolf Hosfeld; in " Absolute Destruction: Military Culture and the Practices of War in Imperial Germany (Cornell, Ithaca, 2005) di Isabel V. Hull e in " The Great Game of Genocide: Imperialism, Nationalism, and the Destruction of the Armenians" (Oxford, 2005) di Donald Bloxham, sono stati utilizzati questi documenti con ottimi risultati. Per quanto ne so, nessun studioso ha mai pubblicato niente in Turchia sulla base di questa documentazione, anche se, quando sono andata negli archivi del Ministero degli Esteri tedesco, a Berlino, ho potuto constatare che alcuni studiosi turchi li avevano esaminati. Negli archivi tedeschi devi firmare un modulo per richiedere l' accesso a determinati documenti. A volte, quindi, è possibile vedere chi li ha usati prima di te. I documenti del Ministero degli Esteri tedesco pubblicati da Johannes Lepsius nel 1919, con il titolo "Deutchland und Armenien" (La Germania e l' Armenia), insieme ad altre parti del libro che sono state omesse (e che non sono poi così rilevanti come alcuni ricercatori avevano pensato) si possono trovare online, edite da Wolfgang Gust. Gust è stato in grado di fare un' operazione del genere comparando la raccolta di Lepsius con i documenti originali, che si possono trovare sul sito www.armenocide.de.

K.M.: Nel libro "German responsibility in the Armenian Genocide", Dadrian sostiene che Lepsius avrebbe omesso deliberatamente quelle parti.

M.A.: Credo che Gust adesso abbia assunto una posizione più moderata sulla questione. La maggior parte delle frasi e dei passaggi omessi sono assolutamente insignificanti dal punto di vista di chi si pone le domande: "C' è veramente stato un Genocidio Armeno? E chi ne è stato responsabile?" Non incidono in modo significativo nella discussione su cosa sia stato e come abbia avuto luogo il genocidio.
Può darsi che, Lepsius, sempre che sia stato lui il responsabile delle omissioni, in alcuni casi abbia cercato di proteggere la reputazione dei suoi connazionali e della Germania, ma, nella maggior parte dei casi, mi sembra che la sua intenzione fosse soprattutto quella di proteggere gli Armeni. Lo avrebbe fatto (e questo la scuola nazionale degli storici turchi non si lascerà certamente sfuggire l' occasione di sottolinearlo), edulcorando, o, addirittura coprendo, episodi di violenza rivoluzionaria da parte degli Armeni. Lepsius ci presenta un' immagine degli Armeni come di vittime, nella quasi totalità dei casi, un popolo che non aveva la capacità di rispondere ai colpi. Sappiamo che non è vero: gli Armeni hanno risposto colpo su colpo, ogni volta che ne hanno avuto la possibilità. Lepsius, però, era un uomo di chiesa e disapprovava la violenza. Cercava, inoltre, di proteggere gli Armeni da quella che lui sapeva essere la falsa accusa sostenuta dai tedeschi filo-turchi: che gli Armeni fossero dei terroristi, che le "deportazioni" fossero una semplice misura di sicurezza contro i traditori e che il C.U.P. (Comitato per l' Unione ed il Progresso) si limitasse a proteggere lo Stato ottomano.

K.M.: Prima di discutere della Germania e dell' Impero Ottomano nella 2° Guerra Mondiale, potrebbe provare a contestualizzare le relazioni intercorse tra la Germania e l' Impero prima della guerra?

M.A.: Venti anni prima dell' inizio della guerra, ed anche alle soglie della guerra stessa, la Germania non aveva molti interessi nell' Impero Ottomano. Non quanti ne avevano, ad esempio, la Francia e l' Austria. Aveva meno investimenti economici e meno istituzioni culturali, rispetto a questi altri paesi, ma sicuramente sperava di avere un futuro laggiù. Fino alla seconda guerra dei Balcani (1912-13), la Germania aveva lavorato duramente per mantenere in vita l' Impero Ottomano, perchè aveva paura, come la maggior parte delle grandi potenze del resto, che se l' Impero si fosse disintegrato,.un' altra potenza europea avrebbe preso il suo posto, probabilmente la Russia, o forse anche l' Inghilterra o la Francia. C' era la paura che qualunque paese avesse proceduto all' annessione dell' Impero Ottomano, o parti di esso, sarebbe diventato troppo potente, provocando un pericolossissimo disequilibrio all' interno del continente europeo. La Germania in particolare ne avrebbe sofferto, perchè, a differenza degli altri, non aveva alcun punto d' appoggio nel Mediterraneo. Per questo la Germania non voleva la scomparsa dell' Impero Ottomano.

Dopo il 1912, l' Impero cominciò a dare l' impressione di essere davvero sul punto di sgretolarsi, indipendentemente da quello che la Germania o altri paesi europei avrebbero fatto. La sensazione che presto sarebbe stato "messo in liquidazione", come avevano detto al Ministero degli Esteri tedesco, portò la Germania, nel 1913-14, a prendere, piuttosto improvvisamente, la parte degli Armeni, con una determinazione mai mostrata prima di allora. La Germania adesso sosteneva il progetto di riforme nell' Anatolia Orientale, progetto che gli Ottomani furono costretti a firmare nel febbraio 1914 e con il quale si impegnavano a garantire agli Armeni dell' Anatolia Orientale la stessa possibilità di accesso alle cariche pubbliche di cui godeva la popolazione musulmana e, di conseguenza, una sorta di autonomia regionale. Prima di allora la Germania non si era mai dimostrata favorevole alle riforme e si era schierata dalla parte dell' Impero nel rifiutarle in blocco. Nel 1913 e nella prima metà del 1914, però, vedendo vicina la dissoluzione dell' Impero, aveva ritenuto di farsi degli amici tra i probabili 'sopravvissuti'. Questi amici, almeno questo speravano, dovevano essere gli Armeni.

K.M.: Eppure, questo atteggiamento non si materializzò mai in qualcosa di positivo per gli Armeni. Secondo Hilmar Kaiser, dal 1915 al 1916 non esisteva una posizione uniforme nei confronti degli Armeni ottomani.

M.A.: Si, in effetti. Ma nel periodo 1915-16 la Germania era nel bel mezzo di una guerra mondiale, che aveva rimescolato completamente le carte in tavola. E dobbiamo anche ricordare che il governo tedesco non aveva una posizione uniforme su molti argomenti di prima importanza: sul futuro dell' Ucraina, che i Tedeschi avevano occupato nel 1915, e sul futuro del Belgio, che avevano occupato nell' agosto 1914. Non esisteva una posizione uniforme della Germania su nessuna delle questioni centrali relative agli accordi post-bellici. Ci furono, invece, pesantissimi conflitti all' interno dello stesso governo nel corso della 1° Guerra Mondiale, quando gli appartenenti alla Destra (gran parte dell' esercito) ed i moderati (principalmente il Cancelliere, Bethmann Hollweg ed il Ministero degli Esteri), lottavano per il controllo della futura politica. Da questo punto di vista la mancanza di una presa di posizione omogenea sugli Armeni ottomani non deve sorprendere. Detto questo, comunque, credo anche sia vero che le alte sfere del governo tedesco avessero già deciso che il governo ottomano era loro alleato e non avrebbero mai fatto niente che avrebbe potuto mettere a repentaglio questa alleanza.
Nonostante molti tedeschi che vivevano all' interno dello stesso Impero (uomini d' affari, banchieri, ingegneri, diplomatici) contestassero la politica ottomana, quando la questione arrivò nelle sale della più alta autorità berlinese, la posizione del Cancelliere fu chiarissima: qualsiasi cosa facciano i Turchi, sono loro i nostri alleati, non gli Armeni.

K.M.: Allora possiamo affermare che esistesse una politica di negazione dello sterminio degli Armeni.

M.A.: Si e no. Si, venne negato pubblicamente e con la complicità di altri settori della società. Ho approfondito la questione dell' opinione pubblica tedesca, le elites sapevano quello che stava accadendo: docenti di Lingue Orientali, alcuni giornalisti, almeno sei sovrintendenti della Chiesa Protestante (più che altro vescovi), i leader laici del cattolicesimo tedesco (come il capogruppo parlamentare del Partito Centrista, Matthias Erzberger, poi assassinato da fanatici di destra dopo la guerra), il Papa, il capo della Deutsche Bank (come Hilmar Kaiser e Gerald D. Feldman hanno dimostrato) ed altri importanti membri del Reichstag, come ben sapeva il liberale Gustav Stresemann, futuro vincitore del Premio Nobel per la Pace. Stresemann decise di mantenere il silenzio. Una studentessa armena che studiava a Berlino, Elizabeth Khorikian, fece uno studio approfondito su uno dei giornali (di sinistra) più diffusi a Berlino nel 1915, il "Berliner Tageblatt". Questo giornale usciva in almeno tre, quattro diverse edizioni al giorno, per stare alla pari con le ultime notizie dalla guerra. Elizabeth le lesse una ad una e, nell' arco dell' intero anno, trovò solo cinque riferimenti agli Armeni.

C' erano interviste a Talaat Pascià, Enver Pascià e Halil Pascià e due di queste erano interviste messe in circolazione dalle agenzie di stampa turche. Proprio così. I giornali sapevano cosa stava succedendo. Lo sapevano sia la stampa socialdemocratica che quella cristiana. I giornali cristiani ne parlarono di più, sebbene con molta attenzione e con un linguaggio assai cauto. Lepsius concesse un' intervista il 5 ottobre 1915 ad un gruppo di giornalisti, a Berlino, per raccontare quello che era venuto a sapere, in occasione di un viaggio fatto poco prima a Costantinopoli/Istanbul dalla fine di luglio ai primi di agosto. L' editore di un giornale socialista scrisse: "Se qualcunovolesse applicare i concetti europei di morale e politica alle relazioni con la Turchia, si arriverebbe a delle conclusioni completamente distorte." In generale i giornali furono disposti a seguire la linea del "Siamo in guerra e se il governo crede che una particoalre alleanza sia importante per noi, allora ben venga questa alleanza".

K.M. Sta dicendo che non c'era una censura diretta?

M.A.: C' era anche la censura diretta. Quando Lepsius stampò 20.500 copie dei suoi documenti, molti di questi vennero confiscati direttamente dal Generale tedesco incaricato della censura per l' area di Berlino, prima ancora che i Turchi sollevassero qualche protesta. Ma io credo che se la stampa avesse voluto pubblicare la storia , avrebbe potuto farlo. L' autocensura era così forte che il governo non aveva neanche bisogno di intervenire. Non sapremo mai cosa sarebbe successo se la stampa avesse cercato di distribuire il materiale di Lepsius, loro non ci provarono neanche, perchè sapevano che era più importante avere i Turchi dalla loro parte. L' invasione di Gallipoli, da parte degli Alleati, ebbe inizio nel marzo 1915. La difesa di Gallipoli, così si credeva, era assolutamente determinante per la vittoria della Germania, i Tedeschi la consideravano una questione di sopravvivenza. E, ricordiamoci una cosa: 1.303 soldati tedeschi morirono, in media, ogni giorno tra l' agosto 1914 e l' armistizio del novembre 1918. Non c'è da meravigliarsi che i Tedeschi fossero così preoccupati per quello che stava accadendo in Belgio, Francia, Galizia ed il fronte orientale. Non pensavano alla Turchia più di tanto.
Per me, è una ragione di più per vedere Lepsius, con tutti i suoi errori, come un eroe. Lui non si preoccupò solo di quello che era meglio per la Germania. Cinque giorni dopo l' uccisione di suo figlio, sul fronte orientale, arrivò a Costantinopoli ed intervistò, a suo dire, non solo Enver Pascià, ma anche Talaat. Secondo me, nessuno si è preso la briga di studiare abbastanza in profondità il vero mistero del viaggio di Lepsius a Costantinopoli/Istanbul: perchè il Ministero degli Esteri gli dette il permesso di andare? Come è successo che abbia potuto ottenere un' intervista con Enver e, sempre che sia vero, anche con Talaat? Un normale amico degli Armeni ed un normale scrittore e giornalista (non era più pastore, aveva dovuto rinunciare alla carica dal momento in cui aveva rifiutato di cessare le proteste in favore degli Armeni, nel 1896), non avrebbe potuto, in tempo di guerra, parlare con il Ministro della Guerra o con il Ministro degli Interni del suo stesso paese, ancor meno con quelli di un paese straniero. Credo che lui abbia potuto farlo solo perchè il Ministero degli Esteri tedesco aveva fatto pressione sui Turchi affinché lo ricevessero. Perchè, secondo lei, lo avrebbero fatto? Non varrebbe forse la pena fare una domanda del genere?

K.M.: Perchè crede che lo abbiano fatto?

M.A.: Secondo me, l' hanno fatto perchè allora Lepsius aveva fatto credere al Ministero degli Esteri tedesco che gli Armeni erano, in realtà, determinanti sotto l' aspetto militare. Lepsius ha fatto un gioco molto pericoloso: ha cercato di mettere in campo l' importanza militare degli Armeni sul versante russo del confine e poi ha sostenuto che avrebbero dovuto essere arruolati dai poteri centrali (Germania ed Austria), poiché se non si fossero uniti alla causa tedesca (ed è qui che il corollario si faceva pericoloso) durante la guerra avrebbero potuto infliggere gravi perdite alla Germania o alla Turchia. Questa è, ovviamente, la scusa usata dal governo turco per giustificare quello che poi è successo. Io credo invece che Lepsius cercasse di ingigantire deliberatamente il pericolo militare rappresentato dal movimento rivoluzionario armeno, per far sì che la Germania facesse pressione sui Turchi affinchè cessassero le deportazioni ed i massacri. Quando arrivò a Costantinopoli, verso la fine di luglio, o i primi di agosto, 1915, la maggior parte degli Armeni era già stata deportata e, per il governo tedesco, era ormai chiaro che gli Armeni non avessero in realtà niente da offrire alla Germania e che non avevano mai rappresentavano alcuna minaccia per i Turchi.

K.M.: Esistono dei documenti in proposito?

M.A.: A partire dalla fine del maggio 1915, Lepsius cominciò a prendere contatti col Ministero degli Esteri tedesco riguardo ai massacri avvenuti a Van e si offrì come mediatore tra Turchi ed Armeni.
Cercò di impressionare il Ministero degli Esteri sostenendo che gli Armeni avrebbero potuto essere molto importanti per la Germania. "Nessuno può considerare un popolo di quattro milioni di persone un' entità trascurabile", dichiarò. Descrisse gli Armeni come una corda tesa tra la Turchia e la Russia, per metà in ognuno dei due paesi. "Non vedo che vantaggi possiamo avere dal fatto che una metà, quella russa, venga continuamente lusingata e corteggiata, mentre l' altra metà, quella turca, venga solo oppressa." Come nel tiro alla fune, il vantaggio va a chi riesce a tirare tutta la corda dalla propria parte. "E' impossibile spezzare quella corda. Lingua, letteratura, chiesa, tradizioni sono legami inscindibili. Abdul Hamid, con la sua politica di sterminio, è riuscito a rendere quella fune ancora più tesa."
All' inizio del mese di giugno 1915, il sottosegretario di stato del Ministero degli Esteri tedesco, Arthur Zimmermann, pensò che Lepsius avesse ragione e chiese all' ambasciatore tedesco a Costantinopoli, Hans vonWangenheim, di organizzare un' intervista. Wangenheim disse che i Turchi non volevano incontrare Lepsius e gli sconsigliò caldamente di venire in visita nel paese. Il Ministero provò ad insistere, non per particolari motivi umanitari, ma perchè Lepsius era riuscito a convincerli che gli Armeni potessero risultare, in qualche modo, utili per il loro paese. Lepsius, naturalmente, sapeva che stavano subendo persecuzioni, ma se anche fosse riuscito ad andare a Costantinopoli i primi di giugno, probabilmente non sarebbe riuscito a convincere il C.U.P. in ogni caso. Considerato, però, l' appoggio che gli veniva dato dal Ministero degli Esteri, avrebbe potuto far pesare di più l' influenza della Germania sulla politica turca.

Non è da adesso che la Turchia tenta di negare quello che è accaduto. Già da allora il C.U.P. ha cercato di mantenere il più assoluto riserbo sulla faccenda: l' idea era quella di avere sempre la possibilità di negare i fatti. Secondo me, l' arma più efficace contro quello che stava accadendo era la pubblicità ed alla fine il governo turco, e più tardi Lepsius, lo caprono. Il 16 luglio 1915, Henry Morgenthau, ambasciatore degli Stati Uniti a Costantinopoli, scrisse al DIpartimento di Stato americano che "era in atto una campagna di sterminio di massa", eppure, raccomandava di non dare atto a proteste, perchè, secondo lui, non avrebbero fatto altro che peggiorare la situazione. Morgnenthau è un eroe tra gli armeno-americani (vedere, per esempio, il libro di Peter Balakian "Black dog of fate"), non solo per l' energia profusa a favore degli Armeni, durante la sua permanenza in Turchia, ma anche, probabilmente, perchè alla fine della guerra aveva scritto una biografia nella quale rappresentava sè stesso buono e coraggioso mentre il resto del personale dell' ambasciata tedesca vi faceva una pessima figura. Non posso dire che Morgenthau non abbia aiutato in qualche modo gli Armeni, passò sicuramente a Lepsius molte informazioni. Ma lui era anche e soprattutto un dipendente del governo americano (proprio come i diplomatici tedeschi erano anche e soprattutto dipendenti del loro governo). Dopo aver lasciato Costantinopoli, verso la fine dell' inverno del 1916, Morgenthau partecipò anche ad incontri pubblici insieme all' ambasciatore turco negli USA. Questo fece infuriare un giornale armeno pubblicato negli Stati Uniti. I sostenitori degli Armeni, in America, non riuscivano a capire come potesse Morgenthau degnarsi di salire sullo stesso palco insieme ad un rappresentante del governo assassino della Turchia. Non potevano concepire che Morgenthau portesse fare una cosa del genere. Lui lo aveva fatto perchè era un ambasciatore degli Stati Uniti e gli Stati Uniti erano una potenza neutrale interessata a mantenere buoni rapporti con la Turchia. Nell' estate del 1915, lui riferì quanto sapeva al governo americano e privatamente fece del suo meglio per aiutare gli Armeni (come fecero immediatamente anche i consoli tedeschi). Morgenthau, però, allo stesso tempo, disse anche al suo governo che le proteste non avrebbero fatto altro che peggiorare la situazione e suggerì di informare di questo particolare anche i gruppi missionari.

K.M.: Per quale motivo lo avrebbe fatto?

M.A.: Non dobbiamo dimenticare che nel 1896, quando venne fatta pressione su Abdul Hamid, lui rispose con il massacro degli Armeni ad Istanbul/Costantinopoli. La gente come Morgenthau non riteneva che i Turchi fossero persone civili e forse ne aveva motivo. Non voglio dire che non ci fossero Turchi civilizzati nell' Impero Ottomano, ma i Turchi ed i Curdi avevano fatto cose talmente orribili nel periodo intorno al 1890, che molti non credevano che l' Impero Ottomano potesse reagire positivamente a pressioni esercitate sull' opinione pubblica da parte dell' Europa o dell' America. Morgenthau era uno di questi. Il prendere atto che anche uomini come lui avevano convinzioni del genere, serve a dare, se non altro, un po' di credito e rispettabilità a tutti gli altri, come il Papa, che invece credevano, forse erroneamente, che si potesse ottenere di più lavorando dietro le scene e cercando di usare con i Turchi l' arma della persuasione.

K.M.: Ma il governo tedesco non poteva in alcun modo intervenire per mettere fine al genocidio ed alle deportazioni?

M.A.: I soldati tedeschi dell' Impero Ottomano non facevano parte dell' esercito tedesco, ma erano tutti sotto il comando degli Ottomani. Erano tra i peggiori, come l' assistente Capo di Stato Maggiore del Generale turco, il col. Bronsart von Schellendorf. Non esisteva alcuna scappatoia legale tramite la quale la Germania avrebbe potuto ordinare ai suoi di intervenire. Quello che invece il governo tedesco avrebbe potuto fare, era ordinare loro di lasciare l' esercito ottomano e tornarsene a casa. A volte mi sento chiedere: "Perchè il governo tedesco non ha minacciato di tagliare i rifornimenti agli Ottomani?" Questa è una buona domanda. Me lo domandavo anche io prima di leggere le interviste a Zimmermann del 1915 (interviste che, tra l' altro, niente avevano a che fare con gli Armeni), che rivelavano la sua costante preoccupazione perchè la Germania non riusciva a far arrivare rifornimenti alla Turchia. Solo verso la fine del gennaio 1916, dopo la conquista della Serbia, i treni tedeschi riuscirono finalmente ad arrivare ad Istanbul. Prima di allora non erano riusciti a spedire nessun tipo di merce in Turchia (a parte i soldi, che in quel caso, però, erano inutili), per cui non c'era alcun rifornimento da tagliare nel 1915. O, almeno, così ha detto Zimmermann.

K.M.: Cosa può dirmi della ferrovia di Bagdad?

M.A.: Ho potuto vedere dei documenti, trovati negli archivi della Compagnia, che dimostrerebbero che loro sapevano quanto stava accadendo. Alcuni rappresentati locali cercarono, infatti, come ha detto anche Kaiser, di nascondere gli Armeni, di proteggerli. Protestarono e denunciarono i fatti agli uffici centrali. Però, il Ten.Col. Böttrich, funzionario tedesco delegato come intermediario tra l' esercito tedesco e la Compagnia ferroviaria di Bagdad, passando sopra il personale della Compagnia, firmò di propria mano un ordine di deportazione per alcuni operai armeni. Con questo non voglio dire che non ci fossero Tedeschi in Turchia che avessero adottato apertamente la posizione del C.U.P.

K.M.: Da quello che ho potuto vedere leggendo i documenti, non mi è sembrato che ci fosse una politica concordata e forse è per questo motivo che sono stati assunti comportamenti molto diversi.

M.A.: Non ho approfondito come avrei voluto il comportamento militare dei Tedeschi, la maggior parte degli archivi dell' esercito sono stati distrutti dai bombardamenti nella 2° Guerra Mondiale, così non avremo mai la stessa certezza che abbiamo invece basandoci sui documenti diplomatici. Ci sono stati comunque almeno due ufficiali tedeschi che si sono comportati diversamente dagli altri. Il maresciallo Liman von Sanders salvò gli Armeni a Edirne ed Izmir. E' vero che non c'erano molti Armeni in quelle città, ed è vero che proprio per questo erano meno importanti per il C.U.P. degli Armeni di Van o di Urfa. Da questo punto di vista, Liman probabilmente dovette affrontare una minore resistenza, da parte delle autorità ottomane, di quella che avrebbe incontrato se avesse cercato di fare la stessa cosa in Anatolia Orientale. Di resistenza ne trovò, comunque, e si rifiutò tenacemente di dare il permesso per la deportazione. Liman, comunque, era il tipo di persona che non piaceva a nessuno ed a cui nessuno piaceva, perciò è abbastanza prevedibile che avrebbe fatto esattamente l' opposto di quello che gli altri si aspettavano da lui. Se tutte le autorità e tutti i funzionari diplomatici tedeschi si fossero comportati come Liman, le conseguenze sarebbero state disastrose per le relazioni tra gli Ottomani e la Germania. D' altra parte, l' Impero Ottomano era a quel punto talmente coinvolto nella guerra e si era già guadagnato così tanti nemici negli stati della Triplice Intesa, impegnati a conquistare territori a sue spese, che dovremmo chiederci. "Sarebbe davvero convenuto agli Ottomani rinunciare all' alleanza con Germania ed Austria?" Probabilmente no, ma se i Turchi avessero stipulato una pace separata cone le forze dell' Intesa, gli avrebbero lasciato più mano libera con gli Armeni.
L' altro ufficiale tedesco che si comportò in modo diverso fu il colonnello (in seguito generale) Kress von Kressenstein, Capo di Stato Maggiore di Jemal Pasha. Pare certo che il col. avesse convinto Jemal a non deportare 400 orfani armeni.
Nel territorio russo occupato dalla Germania, l' esercito tedesco impedì la messa in atto di pogrom contro gli Ebrei da parte delle popolazioni locali (Ucraini e Russi, per esempio), incitate dagli eserciti zaristi in ritirata. In tutto il territorio europeo, nel corso della 1° guerra Mondiale, si era assistito a simili manifestazioni di fanatismo ed intolleranza nei confronti di minoranze etniche, in particolare nell' Europa orientale, sempre incoraggiate dall' esercito zarista. In alcuni casi erano state proprio le minoranze tedesche ad esserne il bersaglio, in altri le popolazioni ucraine, polacche o dell' area del Baltico. Ma quasi sempre l' obbiettivo erano gli Ebrei. L' esercito tedesco, ovunque fosse, li aveva sempre protetti, perchè questi erano gli ordini da Berlino, e stavano occupando territori che avevano loro stessi conquistato. Ma Berlino non poteva dare ordini ad ufficiali tedeschi che erano alle dipendenze dell' esercito ottomano.

K.M.: Dadrian sostiene che questi ufficiali tedeschi fossero stati sviati da informazioni ricevute da subordinati turchi. Ritiene che una cosa del genere sia potuta accadere frequentemente?

M.A.: In certi casi, può essere. E' interessante il fatto che a Wolffskeel von Reichenberg, un maggiore dell' esercito, di stanza a Marash, fosse stato detto che gli Armeni stavano massacrando i Turchi. Lui era là, sapeva che la storia non era vera e la mise a tacere in seguito, però, sotto il comando del pascià Fakhri, conquistò Zeitun, gli Armeni di Urfa e partecipò alla vicenda del Moussa Dagh, perciò non credo che la migliore spiegazione del loro comportamento sia che avevano ricevuto false informazioni, piuttosto che si erano invece adattati ed avevano cominciato a vedere le cose dal punto di vista delle persone per le quali lavoravano.

K.M.: Il termine "complicità" è, secondo lei, appropriato per descrivere il coinvolgimento tedesco nel Genocidio Armeno?

M.A.: Secondo me dà un' impressione sbagliata. Credo che gli storici tedeschi siano stati i più severi nel giudicare il loro paese, (ma anche Dadrian lo giudica severamente), in particolare Tessa Hoffmann e Wolfgang Gust, oltre allo storico svizzero Cristoph Dinkel. Loro hanno rappresentato questi tedeschi come antesignani del nazismo. Questo può essere vero nel caso di alcuni ufficiali, ma credo che i tedeschi, in generale, abbiano fatto la stessa cosa che altri popoli di altri paesi hanno fatto tante volte: agire nel modo più opportuno per quello che credono sia il bene della loro nazione.

Ad esempio, gli Ebrei in Inghilterra furono sconvolti dal trattamento ricevuto dagli Ebrei in Russia prima della guerra, quindi svilupparono lo stesso sentimento che gli amici degli Armeni, in Germania, provavano nei confronti della Turchia e non volevano che l' Inghilterra fosse alleata della Russia. Furono assolutamente contrari all' entrata della Russia nell' Intesa, nel 1907 (prima della Triplice intesa, formata, appunto, da Inghilterra, Francia e, poi, Russia, esisteva la cosiddetta "Entente cordiale", intesa cordiale, alla quale appartenevano solamente Inghilterra e Francia, ndt). Poi scoppiò la guerra e l' Inghilterra si alleò con la Russia, nonostante l' esercito russo avesse "evacuato" (ma si può leggere "deportato") tre milioni di Ebrei. Di solito non li massacravano, ma li costringevano all' evacuazione per "motivi di sicurezza" e come azione punitiva, dopo averli accusati di collaborazionismo con la Germania. In molti casi gli evacuati persero tutto quello che avevano: casa, mobili, occupazione, tutto, e gli eserciti zaristi erano spesso complici dei pogroms, che a volte ne risultavano come conseguenza. In Inghilterra gli Ebrei protestavano ed a loro veniva permesso di farlo. E questa era una differenza. Ma le loro proteste contro il modo in cui venivano trattati gli Ebrei in Russia, influenzarono in qualche misura la politica del governo britannico? No. Infatti l' ambasciatore inglese a San Pietroburgo, Sir George Buchanan, rispose al suo governo con una lettera in cui scriveva: "Non può esistere il minimo dubbio che un numero molto rilevante di Ebrei in Germania abbiano agito da spie durante la campagna in Polonia". Il che viene a dire che lui credeva e propagandava come buone tutte le bugie che l' esercito russo raccontava sugli Ebrei. Bene, devo dire che i diplomatici tedeschi nell' Impero Ottomano erano più onesti ed obiettivi di così. Esaminarono con attenzione le accuse mosse dal C.U.P. contro gli Armeni. Erano convinti che la maggior parte degli Armeni fosse innocente delle accuse loro rivolte, che non si fossero comportati da traditori e informarono il loro governo delle loro convinzioni. Credo che il termine "complicità" dia un' idea sbagliata di quello che è stato il comportamento delgi ufficiali tedeschi. Con questo non voglio dire che i Tedeschi fossero "buoni", ma che si sono comportati come gli ufficiali di qualsiasi altro paese in quella situazione.

K.M.: Cosa ne pensa del concetto secondo il quale il Genocidio Armeno sarebbe stato il precursore dell' Olocausto e che alcuni ufficiali dell' esercito ottomano sarebbero poi diventati ufficiali nazisti di alto livello?

M.A.: Sicuramente ci sono stati casi del genere, ma il fatto che alcuni nazisti avessero vissuto in Turchia per un periodo di tempo non dovrebbe sorprendere, se si considera che c' era una guerra in atto e l' importanza strategica di Costantinopoli e dell' Impero Ottomano in generale, al tempo. Molte di quelle stesse persone avevano vissuto anche in Belgio e Francia. Uno dei peggiori, riguardo all' indisponibilità ad aiutare gli Armeni, fu Constantin von Neurath, incaricato d' affari presso l' ambasciata tedesca di Costantinopoli e, in seguito, primo Ministro degli Esteri sotto Hitler, nonostante non appartenesse al Partito Nazista. Nell' autunno del 1915, scrisse a Berlino che sperava gli amici degli Armeni in Germania, (La Società Germano - Armena, fondata da Lepsius), venissero messi a tacere, pur ammettendo che il governo tedesco non poteva in realtà metterli al muro. Lui pensava che i soldi che raccoglievano per aiutare gli Armeni sarebbero stati spesi meglio per aiutare i Tedeschi. Era effettivamente un tipo abbastanza spietato.

Comunque, non posso fare a meno di sottolineare anche l' ironia di alcuni fatti. Max Erwin von Scheubner-Richter era un ufficiale dell' esercito bavarese e vice console ad Erzerum. Era stato inviato in missione nell' Anatolia Orientale, per organizzare i guerriglieri musulmani nelle retrovie russe, mentre, sostengono in molti, i Russi stavano, a loro volta, organizzando guerriglieri armeni. Quando arrivò a destinazione, il console di Erzerum era stato appena catturato dai Russi, così Scheubner-Richter fu nominato vice console in sua sostituzione. Quest' uomo denunciò costantemente al proprio governo il modo in cui venivano trattati gli Armeni e con grande coraggio fece arrivare le sue proteste anche al governo ottomano. Venne duramente censurato dal suo governo, che aveva giudicato 'poco diplomatico' il suo comportamento nei confronti del govenro turco. Scheubner-Richter pagò di tasca propria il sostentamento di alcuni rifugiati armeni, di passaggio da Erzerum. Fino a qui, un vero eroe. Dopo la guerra, però, diventò nazista e, nel 1923, fu ucciso da un colpo d' arma da fuoco a Monaco, mentre marciava accanto a Hitler nel "Beer Hall Putsch" ( tentativo, poi fallito, di colpo di stato organizzato da Adolf Hitler tra l'8 novembre ed il 9 novembre del 1923, ndt.). A quel tempo era il braccio destro del fhurer, riguardo alle finanze del partito. In alcune lettere risalenti a quel periodo, Hitler parla di lui come del suo "delegato". In un certo senso fu un tramite tra il nascente movimento nazista, gli interessi dell' esercito e il mondo degli affari.

La figura peggiore, in Germania, sempre relativamente agli Armeni, fu Ernst Jackh, un giornalista con credenziali accademiche. Fondatore della lobby "Unione Germano - Turca", si dichiarava vicino a Enver Pascià. Le sue attività belliche si limitarono per lo più alla propaganda, ma si impegnò profusamente per la costante diffusione di messaggi pro -Turchia tra il popolo tedesco. Era, in pratica, alle dipendenze del governo turco, infiltrato nella "Società Germano - Armena" con il solo scopo di spiarli. Jackh si interessò anche a Lepsius e ne denunciò le attività al suo governo, sempre cercando di distorcere le informazioni in chiave pro-turca. Finita la guerra, divenne portavoce, in Germania, del movimento della Lega delle Nazioni. Nel 1933 lasciò il suo paese e partì per New York. Divenne docente alla Columbia University, oltre che convinto democratico e liberale.. A dir la verità era sempre stato liberale. Non credo, perciò, che si possa tracciare una linea di divisione ben definita tra i fautori della 1° Guerra Mondiale e quelli che poi sono entrati a far parte del regime nazista.

K.M.: E che linea possiamo tracciare tra il genocidio Armeno e la responsabilità della Germania?

M.A.: A quel proposito credo che il collegamento abbia un nome: "pulizia etnica". Il C.U.P. è stato fortemente influenzato dal nazionalismo integralista e, come ha dimostrato Sukru Hanioglu (docente di Storia Ottomana alla Princeton University, ndt), dal darwinismo sociale e dal pensiero razzista europeo, visti come fondamenti di un potente stato-nazione.
Gli intellettuali tedeschi hanno contribuito in maniera determinante a queste correnti di pensiero ed i successi riscossi dalla Germania sembravano dimostrare la verità di questo assunto: più la nazione è omogenea, più lo stato è potente.

K.M. Anche il maresciallo Colmar von der Goltz aveva proposto qualcosa di simile alla pulizia etnica.

M.A.: L' ho sentito dire, ma non ne ho vista alcuna prova. Dicono la stessa cosa del pubblicista Paul Rohrbach, del che dubito molto, almeno, del significato che è stato attribuito alla sua dichiarazione. Rohrbach era sicuramente un tedesco nazionalista ed imperialista, come erano la maggiore parte delle persone istruite di quei tempi, anche se lui era fautore del concetto di "imperialismo pacifico": diffondere la cultura tedesca e le sue "idee" tramite sostegno allo sviluppo, scuole e scambi culturali. In realtà era amico degli Armeni e membro del consiglio d' amministrazione della D.A.G. (La Società Germano - Armena). Dicono che Rohrbach pensasse di togliere di mezzo gli Armeni dal percorso della futura ferrovia di Berlino-Baghdad, e di soppiantarli con i tedeschi, ma non credo sia vero. Quando Rohrbach venne a sapere delle deportazioni ne fu devastato e rassegnò le dimissioni dall' Unione Germano - Turca di Jackh. Riguardo a von det Goltz, non saprei, vorrei vedere delle prove inconfutabili.

La continuità tra i due regimi, il C.U.P. ed il Nazismo, sta nel loro comune proposito di creare uno stato etnicamente omogeneo. I Giovani Turchi presero quell' ispirazione dall' Europa, ma i Nazisti sono stati i primi a cercare con tenacia e determinazione di trasformarla in realtà. Penso che quelli del C.U.P. fossero come i Nazisti, ma non credo che fossero così a causa di quei Tedeschi alleati della Turchia nella 1° Guerra Mondiale, quelli checheavrebbero poi cercato di fare un secondo tentativo, da soli. Sukru Hanioglu, di Princeton, ha dimostrato nei suoi due libri sul C.U.P., che questi avevano adottato i princìpi fondanti del darwinismo sociale, ben prima del 190'8.
Piuttosto, ambedue i movimenti "bevevano dalla stessa fonte" del nazionalismo integralista. Credo che il C.U.P. fosse la versione turca di quelli che poi sarebbero stati chiamati "fascisti".

Un mio collega che insegna Storia della Turchia negli Stati Uniti (tralascio il nome perchè altrimenti non credo potrebbe tornare a far visita alla sua famiglia nel suo paese) mi ha detto di non avere dubbi sul fatto che si trattasse di genocidio. Secondo lui, l' unico interrogativo è fino a che punto si è spinta la responsabilità del C.U.P. Quante persone furono coinvolte nella decisione? Perchè in effetti si trattava di una dittatura. Una differenza interessante tra il genocidio organizzato dal C.U.P. e quello messo in atto dai Nazisti è che nel Terzo Reich, quando gli Ebrei venivano uccisi, nessun ufficiale ha mai protestato. Mai! In Turchia molti 'valis' (prefetti) ed ufficiali di rango medio-basso dell' esercito ottomano, fecero, invece, sentire le loro proteste. E ne pagarono il prezzo. In Turchia anche alcuni Curdi, Arabi e perfino Musulmani, criticarono quella decisione e si dettero da fare apertamente per mettere in salvo molti Armeni. In Germania, quei pochi tedeschi che riuscirono ad aiutare gli Ebrei, non lo fecero apertamente. A parte la ribellione delle mogli cristiane, contro la deportazione dei loro mariti, alla stazione ferroviaria Rosenstrasse, a Berlino. Ma quella fu un' eccezione. Forse questa differenza con la Turchia è dovuta al fatto che la Germania fosse un paese altamente "organizzato", in cui era molto più difficile tenere dei comportamenti contrari alla politica ufficiale, di quanto lo fosse in Turchia. O, almeno, così molti pensano.

K.M.: Cosa ne dice della Germania di oggi? Secondo lei ha la responsabilità morale di riconoscere il Genocidio?

M.A.: Sicuramente! E lo stesso vale per la Turchia. Comunque, i Turchi sono stati educati ad una visione unilaterale della storia. Se qualche straniero dice loro che devono cambiare il loro punto di vista storico, può anche darsi che lo sottoscrivano (se quello dovesse essere il prezzo per entrare nella Comunità Europea, ad esempio) ma nessuno potrà costringerli a crederci. La mia speranza è sapere che nella Turchia di adesso ci sono storici che conoscono la verità e non osano, per ora, raccontarla apertamente. Ma le cose stanno cambiando. La società turca sta diventando sempre più democratica, l' esercito sta riscuotendo sempre meno consensi. Dovrà esserci più liberta di discussione in Turchia. E credo che gli storici turchi, se vorranno risultare credibili anche fuori dai loro confini, dovranno saper guardare in faccia la realtà dei fatti, così come lo stiamo facendo noi.

Khatchig Mouradian è uno scrittore, giornalista, traduttore libanese-armeno. E' editore del quotidiano 'Aztag', di Beirut. Il suo indirizzo email è: khatchigm@gmail.com

Note:

articolo originale: http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=30&ItemID=11407

Tradotto da Patrizia Messinese per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte (Associazione PeaceLink) e l'autore.

 Ricordiamo ancora quanto scrive Robert Fisk, nel suo eccezionale, Cronache mediorientali, da noi già recensito

 

 

 

… Poi quello che Fisk chiama “Il primo Olocausto”, il genocidio degli armeni, nel 1915, frutto di un’accurata indagine storica, perché si tratta di eventi lontani nel tempo, per i quali ormai sono scomparsi gli ultimi testimoni diretti; Fisk riesce ad interrogare gli ultimi superstiti, nel 1992, a Beirut, nella casa di ricovero per i ciechi armeni. Una narrazione cruda dei massacri e delle atrocità di cui furono vittima gli armeni, ad opera di turchi e di curdi; si parla tra l’altro di armeni spinti in una caverna, chiusa poi con fascine di legna, cui fu appiccato il fuoco, per provocare quel fumo che li avrebbe asfissiati. Una camera a gas non-tecnologica, di cui, tra l’altro, erano a conoscenza gli ufficiali tedeschi che prestavano servizio in Anatolia, come consulenti ed istruttori dell’esercito ottomano. Informazioni che passarono dunque in Germania; è certo che Hitler era a conoscenza del massacro degli armeni e con ogni probabilità i “nazisti” hanno preso lo spunto dai turchi, “raffinando” la tecnica.

 

Sul fatto che Hitler fosse a conoscenza del genocidio degli armeni vedi anche il seguente saggio tratto da: http://www.comunitaarmena.it/comunicati/Avanti.html

 

Armeni, il genocidio di un popolo lasciato solo" di Vittorio Masino - Avanti 8/03/20004

LO STERMINIO HA INIZIO A COSTANTINOPOLI IL 24 APRILE 1915 CON L’ARRESTO DI MIGLIAIA DI ESPONENTI DELLA BORGHESIA

 

Verso la fine degli anni Trenta, Hitler esclamò: Chi si ricorda oggi degli armeni? La Francia per prima parla di assassinio premeditato e programmato

 

È stato il primo grande genocidio del "secolo maledetto": ha preceduto di gran lunga la Shoah, i massacri della Cambogia, il martirio del popolo ruandese e le stragi bosniache. È, ancora oggi, una delle pagine di storia meno conosciute, anche perché la tragedia si consumò sullo sfondo delle grandi carneficine della prima guerra mondiale e dei rivolgimenti epocali che caratterizzarono la rivoluzione russa. L'attenzione dei governi era rivolta verso i campi di battaglia di Verdun e del Carso, l'opinione pubblica era divisa tra la paura del bolscevismo e le speranze che le parole di Lenin suscitavano nell'animo dei popoli oppressi. Le notizie provenienti dalla lontana periferia dell'Impero Ottomano, ormai sul punto di sgretolarsi, erano scarne ed imprecise: tumulti, sollevazioni e spietate repressioni interessavano ben poco, se non in quanto potevano contribuire a sovvertire le istituzioni della Sublime Porta, alleata degli imperi centrali. Soltanto nel 1920, con la firma del trattato di Sevrès, le potenze occidentali biasimarono timidamente i massacri avvenuti, riconobbero l'esistenza della nazione armena ed il suo diritto ad uno stato indipendente. Sevrès fu però soltanto una ignobile farsa della diplomazia internazionale: il trattato, che peraltro prevedeva l'indipendenza anche per il popolo curdo, non fu mai applicato e del genocidio nessuno parlò più. Gli Armeni vivevano in Anatolia già dal primo millennio avanti Cristo, provenienti forse dalla Frisia, almeno duemila anni prima che le popolazioni turche dell'Asia centrale migrassero nella regione. Il territorio compreso tra il Mar Nero, il Caucaso, la Persia e l'altopiano anatolico era un'area strategica che permetteva di controllare tutte le vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente. Era quindi inevitabile che la regione diventasse terreno di scontro nel corso dei secoli tra le potenze interessate alla sua conquista. Persiani, Greci, Arabi e Romani si contesero a lungo l'Armenia senza riuscire a cancellare o integrare un piccolo popolo che aveva già da tempo sviluppato un forte senso di identità nazionale. Le peculiarità ed i caratteri distintivi della nazione armena emergono verso il terzo secolo dopo Cristo, quando il popolo proclama il Cristianesimo religione di stato ed il monaco Mesrop Mashtots codifica definitivamente le regole della lingua parlata. L'affermazione dell'Islam nelle regioni circostanti isola completamente l'Armenia dai paesi vicini, esponendola maggiormente alle mire espansionistiche di Arabi e Persiani. Nell'undicesimo secolo i Turchi Selgucidi devastano il Paese costringendo parte della popolazione a fuggire verso la Cilicia per sfuggire ai massacri. Dopo tre secoli di relativa pace, l'Armenia diventa terreno di scontro tra Ottomani e Persiani, due imperi musulmani che alla fine se ne dividono il territorio. La politica turca nei confronti delle nazionalità sottomesse, anche se non sempre repressiva, è comunque discriminatoria nei confronti dei popoli che non professano l'Islam: soltanto il pagamento di un'esosa tassa può garantire la libertà di culto. Fino ai primi decenni del diciottesimo secolo gli Armeni sono in larga maggioranza sudditi della Sublime Porta, non godono dei diritti di uomini liberi, ma possono vivere in una relativa pace al pari delle tante nazionalità che popolano l'immenso Impero Ottomano. Il Patriarcato Armeno di Costantinopoli tutela, entro certi limiti, i diritti di coloro che professano il cristianesimo di rito monofisita, maggioritario in Armenia ma assolutamente minoritario nel mondo islamico circostante, e per giunta da sempre inviso alla Chiesa Cattolica. Molti Armeni occupano inoltre posizioni di prestigio nel mondo degli affari e del commercio, nella finanza e persino alla Corte del Sultano. L'analogia con la storia e la tragedia del popolo ebraico, che sconvolgerà l'Europa alcuni decenni più tardi, è fin troppo palese ed inquietante. Con l'inizio del declino della potenza turca la situazione all'interno dell'Impero comincia a precipitare: l'indipendenza greca, le spinte nazionalistiche dei popoli caucasici fomentate anche dall'espansionismo russo, contribuiscono ad alterare tutti gli equilibri esistenti. Tra il 1895 e il 1897 il sultano Abdul Hamid II, spaventato dall'attivismo dei movimenti nazionalistici armeni, ma anche dallo sviluppo economico e dalla crescente influenza di questa comunità, organizza una lunga serie di sanguinosi pogrom: in due anni le vittime sono oltre duecentocinquantamila, comprese donne,vecchi e bambini, massacrati dai reggimenti curdi, i terribili hamidiès, inquadrati nell'armata ottomana. Il sultano non si lascia sfuggire così l'occasione per alimentare l'odio tra due nazionalità oppresse ed irrequiete, che da sempre convivono nelle stesse terre, ma sono molto distanti tra di loro per cultura e religione. I pogrom sono anche un segnale che Abdul Hamid lancia alle potenze occidentali ed alla Russia, un avvertimento a non interferire negli affari interni della Turchia. Il potere della Sublime Porta si è ormai disintegrato nei Balcani, dove nuovi Stati indipendenti hanno coronato le aspirazioni di libertà di Serbi, Montenegrini e Bulgari. La Russia zarista e cristiano-ortodossa, che ha già strappato alla Persia l'Armenia orientale, è considerata dai nazionalisti armeni come l'unico e naturale alleato sul quale contare. I massacri perpetrati alla fine dell'800 non provocano nessuna reazione da parte dei maggiori paesi occidentali né della Chiesa Cattolica, da sempre diffidente nei confronti della piccola comunità cristiana che segue un rito estraneo, mai riconosciuto dal Vaticano. Sui monti dell'Armenia la popolazione comincia allora ad armarsi e organizza un movimento di guerriglia, il Dachnak, le cui basi sono ubicate nella parte orientale del Paese annessa all'Impero Russo. La Turchia intanto è scossa da fermenti nazionalistici e rivoluzionari: la percezione di essere accerchiati da potenze ostili che mirano alla distruzione dell'impero, si coniuga con le rivendicazioni e le spinte che provengono da una società estremamente arretrata economicamente e culturalmente. Il movimento dei Giovani Turchi, nato all'inizio del nuovo secolo, rappresenta una speranza anche per le minoranze etniche, in quanto si propone di abbattere il sultanato e costruire uno stato laico e federale, espressione di tutte le nazionalità che popolano i territori annessi alla Turchia. In realtà la nuova formazione politica si rivela ben presto ferocemente nazionalista e intollerante, ed identifica negli Armeni un pericoloso nemico interno da combattere. Il partito dei Giovani Turchi è il "Ittihad Ve Terakki" (Unione e Progresso): esso si ispira agli ideali del Panturchismo e del Turanismo. Quest'ultima è una dottrina mistica impregnata di tratti nazional-irredentistici che propugna l'unione di tutti i popoli di lingua turca, dall'Asia centrale al Mar Mediterraneo. Il Turanismo si ispira alla mitica figura di Turan, capostipite di tutti i Turchi, che combatteva una lotta contro Ario, antenato degli Ariani, per il dominio dell'Asia. Nel 1909 i Giovani Turchi organizzano un terribile massacro di Armeni in Cilicia, con la benedizione di ideologi ed intellettuali del nuovo credo farneticante e integralista. Nella provincia di Adana le vittime sono almeno 30mila, e soltanto pochi superstiti riescono a fuggire imbarcandosisu alcune navi europee lungo le coste del Mediterraneo. Nel 1914 la Turchia entra in guerra schierandosi al fianco degli imperi centrali, cioè dalla parte "sbagliata", scelta che pagherà poi con la dissoluzione dell'Impero. Le truppe ottomane scatenano un'offensiva per liberare l'Azerbaigian, abitato da popolazioni turcofone, dal dominio russo. Ma devono attraversare l'Armenia, sempre più ostile verso il potere di Costantinopoli, e sono costretti ad affrontare la guerriglia degli irredentisti. Le sconfitte subite dall'esercito turco ad opera dei Russi vengono imputate all'intera nazione armena, accusata di tradimento e di collaborazione con il nemico zarista. Il 14 e il 15 febbraio 1915 si riunisce il Comitato Centrale del partito Ittihad, diretto da due medici, Nazim e Behaeddine Chakir, che approva l'eliminazione di tutti gli Armeni che vivono in territorio turco, la prima "pulizia etnica" del secolo. Lo sterminio inizia nel 1915, quando il ministro dell'Interno Talaat ordina la deportazione degli Armeni di Costantinopoli: il 24 aprile, data commemorata come l'inizio del genocidio, migliaia di esponenti della borghesia armena nella capitale vengono arrestati. Si tratta di notabili, uomini d'affari, architetti, banchieri, rappresentanti di quell'intellighentsia che ha comunque contribuito alla ricchezza dell'Impero. Il loro destino non è la deportazione, come dichiara ufficialmente il governo, ma l'eliminazione, perpetrata non appena le vittime si trovano lontano da occhi indiscreti. Intanto i reparti regolari armeni inquadrati nell'esercito ottomano vengono disarmati ed i loro componenti eliminati fino all'ultimo uomo. Tra maggio e luglio la "soluzione finale" interessa le province orientali dell'Anatolia, il cuore dell'Armenia storica: a Trebisonda, Diyarbakir, Erzurum, Sivas, un bando pubblico impone a centinaia di migliaia di persone di presentarsi per essere "trasferite" altrove. Le colonne si incamminano verso Aleppo, in Siria, ma saranno in pochissimi a raggiungere questa località. Gli uomini validi vengono fucilati pochi giorni dopo l'inizio della marcia, mentre donne, vecchi e bambini muoiono a migliaia, falcidiati dalla fame, dalla sete e dagli stenti. Inoltre le bande degli irregolari curdi, i "volenterosi carnefici" aizzati dal governo, provvedono quotidianamente a seminare strage tra le fila dei prigionieri. Riescono a sfuggire al massacro soltanto gli abitanti delle provincia di Van, grazie all'avanzata delle truppe sovietiche provenienti dal Caucaso e dalla vicina Armenia russa. Lo sterminio assume sempre più palesemente i caratteri del genocidio, pianificato e diretto dall'alto. Nel settembre del 1915 il Ministero dell'interno dirama una circolare ai governatori di tutte le province: " Siete già stati informati del fatto che il governo ha deciso di sterminare l'intera popolazione armena residente in Turchia. Nessuno che si opponga a questa disposizione può continuare ad occupare un ruolo all'interno dell'amministrazione. Senza pietà per le donne, i bambini, gli invalidi, per quanto tragici possano essere i metodi di sterminio. Senza alcuno scrupolo di coscienza, deve essere posta fine alla loro esistenza". Nemmeno i nazisti, molti anni più tardi, oseranno rendere pubbliche così esplicitamente le loro disposizioni di morte a coloro che saranno incaricati di eseguirle. Tra l'agosto del 1915 ed il settembre del 1916, secondo quanto stabilito dai piani, vengono rastrellati gli Armeni residenti nelle altre regioni della Turchia, ed avviati verso la Aleppo oppure verso Deir Es Zor, in Mesopotamia. La fantasia dei carnefici non conosce limiti: questa volta i prigionieri vengono abbandonati in massa nel deserto, senza acqua e viveri, in modo da provocarne la morte certa in pochi giorni. Alla fine del 1916, le uniche comunità armene uscite indenni dai massacri sono quelle del Libano, della Palestina, e della città di Smirne: in quest'ultima località risulta provvidenziale l'intervento del console tedesco, il generale Liman Von Sanders, che riesce ad impedire il massacro. Ma a Smirne la carneficina è solo rimandata di qualche anno, perché nel 1923 sarà portata a termine sotto il governo di Mustafà Kemal Ataturk, nuovo leader della Turchia dopo la caduta dell'Impero Ottomano. Il nuovo regime, che si presenta come laico ed innovatore, rappresenta gli ideali dei Giovani Turchi, il movimento nazionalista ed intollerante che aveva assunto un ruolo di primo piano nella teorizzazione e pianificazione dello sterminio. Alla fine del 1923 il bilancio del genocidio è terribile: almeno due milioni gli Armeni uccisi, i due terzi della comunità che viveva nei territori dell'Impero, oltre centomila bambini strappati ai genitori ed affidati a famiglie turche e curde. I superstiti della carneficina sono circa seicentomila, e daranno vita ad una diaspora verso la Russia, l'Europa occidentale e gli Stati Uniti. Il primo conflitto mondiale è appena terminato, i Paesi vincitori sono impegnati a gestire il dopoguerra e a dividersi i frutti della vittoria ai danni delle potenze sconfitte, Turchia compresa. Il nuovo corso di Ataturk è considerato molto positivamente dalle cancellerie di Francia, Gran Bretagna e Italia, per l'impronta laica e filo occidentale del suo governo. Il trattato di Losanna annulla nel 1923 gli accordi di Sevrès e nega il diritto all'esistenza di uno Stato armeno. Cala dunque il sipario su un genocidio negato: poiché si è trattato di "vittime della guerra civile", come afferma il governo turco ancora oggi, non ha senso ricercare e punire esecutori e mandanti, nemmeno simbolicamente. Eppure alcuni processi contro i mandanti dei massacri si svolsero, paradossalmente, proprio in Turchia, nelle città di Costantinopoli, Trebisonda e Karput. Nel 1918 l'Impero Ottomano non era ancora crollato, anche se il potere reale era già nelle mani dei Giovani Turchi. A Costantinopoli si riunì la Corte presieduta da Damad Ferid Pascià: il processo non si prefiggeva in realtà di rendere giustizia al popolo armeno, ma di mettere in difficoltà il movimento nazionalista che minacciava di abbattere il sultanato, come accadde effettivamente alcuni anni dopo. Le responsabilità dell'ex ministro dell'Interno Talaat e di molti funzionari governativi, tutti già espatriati, emersero chiaramente in seguito alle prove inoppugnabili presentate ed alle numerose testimonianze. Le sentenze di condanna, emanate anche negli altri processi, non furono mai applicate, poiché gli imputati erano ormai contumaci. Alcuni anni dopo però provvide il Dashnag, il movimento armato armeno, ad "eseguire" le condanne in tutta Europa: vennero uccisi Beaheddin Chakir, Djemal Azmi (il boia di Trebisonda), Djemal Pascià (Dirigente dei Giovani Turchi). L'ex ministro dell'Interno Talaat, al quale è dedicato un mausoleo sulla "Collina degli Eroi" ad Istanbul, fu colpito a morte in una via di Berlino nel 1921. Il mondo ha poi dimenticato la tragedia armena ignorandola per oltre mezzo secolo, fino agli anni ottanta. I giornali ripresero a parlarne quando uno sconosciuto movimento terrorista, l'Asala, cominciò a colpire gli interessi turchi in Europa, senza evitare talora di spargere sangue innocente. I suoi obiettivi erano oscuri e confusi, ma era chiaro il disperato tentativo di riportare all'attenzione del mondo la tragedia che si era consumata tanto tempo prima. Le comunità della diaspora armena, pur rifiutando il terrorismo, rivendicarono il diritto di chiedere il giudizio della storia su quanto la Turchia aveva perpetrato. L'opinione pubblica ed il consesso internazionale furono sollecitati a pronunciarsi senza remore su una terribile pagina di storia che finalmente qualcuno cominciava a chiamare con il suo nome: genocidio. La Francia è stato il primo Paese ad usare questa parola, quando l'Assemblea nazionale francese ha riconosciuto ufficialmente il massacro perpetrato dai Turchi tra il 1915 ed il 1923. Le proteste di Ankara non hanno impedito il riconoscimento del genocidio da parte della Commissione Onu per i Diritti dell'Uomo nel 1985 e del Parlamento Europeo nel 1987. Più cauta è stata invece finora la diplomazia americana, malgrado le proteste della numerosa comunità armena presente negli Usa: la Turchia è un importante membro della Nato e non è il caso di provocare pericolose lacerazioni. Molto sconcertante è stata poi la posizione assunta su questo tema da Israele, il cui ministro degli esteri Peres ha recentemente dichiarato che è esagerato usare il termine genocidio a proposito della tragedia armena. Anche in questo caso, la logica della realpolitik ha prevalso su ogni altro imperativo etico e morale: Israele ha stipulato una discussa alleanza con Ankara in chiave antiaraba, quindi bisogna evitare ogni attrito con il nuovo e prezioso partner. Oggi l'Armenia è un piccolo stato di tre milioni e mezzo di abitanti, nato dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica, ed occupa soltanto una piccola parte del suo territorio storico. Appena uscito da una guerra con il vicino Azerbaigian, sta lentamente emergendo da una situazione di crisi economica e sottosviluppo. Poco oltre il confine, in territorio turco, svetta il maestoso e innevato monte Ararat, sacro per il popolo armeno ma irraggiungibile come un paradiso perduto. Le frontiere con la Turchia sono infatti chiuse ermeticamente da ottant'anni, e tali rimarranno finché la società di quel Paese non si deciderà a fare i conti con la propria storia, come fu costretta a fare la Germania dopo la disfatta. Verso la fine degli anni trenta, prima di avviare la macchina infernale dell'Olocausto, Hitler esclamò: "Chi si ricorda oggi degli Armeni?". L'oblio calato su quella lontana tragedia aveva indotto il Fuehrer a considerare che poteva impunemente realizzare i suoi piani criminali, poiché tutto sarebbe stato ben presto dimenticato. Così non è avvenuto, fortunatamente. Ma ci sarebbe stata la Shoah, se il mondo avesse già allora celebrato un "giorno della memoria", per ricordare e condannare quel genocidio perpetrato sulle lontane rive del Mar Nero e nei deserti della Mesopotamia?

 

 

 

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